sabato 11 Luglio 2026
L'editoriale di Rocco Casalino sulla Russia

La Russia è davvero una minaccia per l’Europa?

L'editoriale del Direttore Rocco Casalino

Di Redazione
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La guerra in Ucraina non è iniziata il 24 febbraio 2022. Quella data rappresenta certamente un punto di rottura: la Russia ha invaso un Paese sovrano, violando il diritto internazionale, e ha aperto una fase drammatica per milioni di persone. Ma se vogliamo davvero capire come siamo arrivati a quel giorno dobbiamo avere il coraggio di guardare indietro, perché le guerre non nascono mai dal nulla.

Nel 2013 il presidente ucraino Viktor Yanukovich decide di non firmare l’ di associazione politica ed economica con l’. Un accordo che avrebbe segnato un progressivo allontanamento dell’Ucraina dall’orbita russa e un avvicinamento all’. Questa scelta provoca proteste di massa nella piazza Maidan di Kiev, il movimento passato alla storia come Euromaidan.

Le proteste degenerano in una crisi politica che porta alla caduta di Yanukovich e alla nascita di un nuovo corso politico fortemente orientato verso l’Occidente. La Russia interpreta quegli eventi come una minaccia ai propri interessi strategici e alla propria sicurezza.

Nel 2014 procede all’annessione della Crimea, condannata dalla comunità internazionale, e nello stesso periodo esplode il conflitto nella regione ucraina del Donbass tra il di Kiev e le forze separatiste ucraine filorusse. Per otto anni quella regione vive di fatto una guerra civile: migliaia di , città distrutte, famiglie divise.

Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 rappresentavano un tentativo di trovare una soluzione politica, prevedendo un cessate il fuoco e una maggiore autonomia per le regioni ucraine del Donbass. Ma quegli accordi falliscono. Tutti hanno le proprie : Kiev, Mosca e anche una comunità internazionale che non è riuscita a trasformare un compromesso diplomatico in una pace stabile.

Il punto che spesso viene evitato nel dibattito pubblico è proprio questo: riconoscere la complessità della storia non significa giustificare l’ russa del 2022. Significa però rifiutare una lettura secondo cui tutto sarebbe iniziato improvvisamente quel giorno di febbraio e secondo cui Putin si sarebbe mosso esclusivamente per una volontà espansionistica.

La domanda strategica da porsi è un’altra: davvero l’obiettivo di Putin era conquistare tutta l’Ucraina e poi minacciare l’Europa?

A mio avviso questa ricostruzione non regge. Governare un Paese enorme come l’Ucraina, con milioni di cittadini ostili a un’occupazione russa, avrebbe rappresentato un costo politico e militare difficilmente sostenibile. Una conquista totale avrebbe significato un conflitto permanente di occupazione e del territorio.

È più plausibile ritenere che gli obiettivi di Mosca fossero più circoscritti: il controllo del Donbass, la Crimea, la neutralità dell’Ucraina e la volontà di impedire un ulteriore avvicinamento della NATO ai propri confini. Le prime fasi dell’intervento russo possono essere lette più come un tentativo di favorire un cambiamento politico a Kiev che come un progetto di annessione dell’intero Paese.

Allo stesso modo, considero poco realistica l’idea di una Russia pronta a invadere tutta l’Europa. Un attacco a un Paese NATO significherebbe entrare in guerra con l’intera Alleanza Atlantica, compresi gli Stati Uniti. Se la Russia ha già incontrato enormi difficoltà in Ucraina, appare difficile immaginare un progetto razionale di guerra contro l’intera NATO. E, ad oggi, non ci sono prove pubbliche che dimostrino un piano russo per un’aggressione militare all’Europa occidentale.

Questo non significa negare le responsabilità della Russia o ignorare le sofferenze provocate dalla guerra. Significa però interrogarsi sulle conseguenze di una narrazione politica fondata sulla percezione di una minaccia imminente e totale.

A mio giudizio l’Europa ha commesso un errore strategico nel farsi trascinare in una logica di contrapposizione militare permanente, rinunciando troppo presto alla ricerca di una soluzione diplomatica. Il racconto di una Russia pronta a minacciare l’intero continente ha contribuito a creare un clima politico nel quale ogni ipotesi di negoziato veniva considerata una resa e ha spinto l’Europa verso un che considero sproporzionato rispetto alla reale minaccia.

Se guardiamo questa vicenda con realismo, dobbiamo porci una domanda scomoda: dopo oltre quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di vittime e un Paese devastato, il rischio è che il risultato finale sia una soluzione territoriale molto simile a quella che Mosca aveva indicato fin dall’inizio, con il Donbass sotto il suo controllo.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: tutto questo sacrificio umano è servito davvero?

Anche l’ostinazione del presidente Zelensky inizia a sollevare interrogativi politici difficili da ignorare. Al di là di come si voglia raccontare questa guerra, la realtà sul campo è che l’Ucraina ha sostanzialmente perso il conflitto: la riconquista di tutti i territori perduti appare ormai un obiettivo irrealistico. Continuare a combattere per il controllo di piccole porzioni di territorio ancora contese significa allora interrogarsi sul prezzo umano che si è ancora disposti a pagare.

La politica dovrebbe avere il coraggio di guardare la realtà e non inseguire soltanto obiettivi ideali difficili da raggiungere. E l’Europa dovrebbe iniziare a tutelare i propri interessi, invece di farsi guidare esclusivamente dalle esigenze politiche di Zelensky.

La pace non si costruisce alimentando paure o prolungando indefinitamente un conflitto. Si costruisce riconoscendo gli interessi in gioco, gli errori commessi e la necessità di trovare una soluzione diplomatica.

Perché la vera responsabilità politica oggi non è promettere una vittoria impossibile. È avere il coraggio di cercare una pace possibile.

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