Un silenzio fatto di imbarazzo. L’attacco unilaterale all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti irrompe dentro Palazzo Chigi e gela la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. L’Italia infatti sarebbe stata avvisata solo di primo mattino, dopo l’inizio delle operazioni contro l’Iran. A differenza di paesi come la Polonia o la Germania, l’amico Donald Trump non ha avvertito l’alleata italiana dell’attacco, non una cortesia diplomatica ma una dimenticanza che relega Roma ai margini. L’Italia impossibilitata da subito a proteggere i propri connazionali e le ambasciate.
Un sabato frenetico per Meloni che per ben due volte riunisce i suoi vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto (collegato da remoto perché bloccato a Dubai), i vertici dell’Intelligence (anche loro ignari dell’attacco) e i sottosegretari alla presidenza Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Un vertice che si concluderà con l’innalzamento al livello massimo dell’attenzione sulle manifestazioni di piazza e gli obiettivi sensibili, come le ambasciate e il Ghetto ebraico a Roma.
Nessuna critica ai raid di Trump
Il governo, spiegherà in serata una nota di palazzo Chigi, lavora «per una soluzione a favore della stabilità della Regione». La premier nel corso della giornata sente alcuni partner europei, a partire dal cancelliere Merz e dal primo ministro Starmer. E si confronta con i leader del Golfo, tra cui il re del Bahrein, l’emiro del Kuwait, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, l’emiro del Qatar, il principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita (in corso poi ci sono ulteriori contatti con il sultano dell’Oman e il re di Giordania).
A quest’ultimi esprime la vicinanza del nostro Paese, condanna gli «ingiustificabili attacchi» dell’Iran, poi ricorda «la repressione violenta e ingiustificabile» di Teheran contro chi è sceso in piazza nelle scorse settimane per difendere i propri diritti civili e politici.
Ed è questo l’ordine di scuderia di Meloni: schierarsi con il popolo iraniano oppresso dalla dittatura dell’Ayatollah ma non fare riferimento alle operazioni portate avanti da Benjamin Netanyahu e soprattutto dall’amico The Donald «non conforme al diritto internazionale», per dirla con le parole del ministro degli Esteri Norvegese, Espen Barth Eide.
L’amico imbarazzante
Eppure soltanto un anno fa, dopo essere voltata a Washington per il 20 gennaio 2025 all’Inauguration day per il giuramento Trump (unica leader europea presente nella Rotunda di Capitol Hill) la premier sottolineava che all’Italia spettava il ruolo di «ponte» e che per Palazzo Chigi sognava nientemeno quello di «centralino telefonico dello Studio Ovale».
Oggi quel ponte sembra crollato. Una posizione fragile, che da via della Scrofa non intendono rendere visibile. Ma che l’opposizione, unita, sottolinea per tutta la giornata. Per la segretaria del Pd, Elly Schlein, Giorgia Meloni su Trump: «Non interviene. neppure l’amicizia che rivendica con Trump non gli ha impedito di non avvertirla dell’attacco, tanto da avere il nostro ministro della Difesa bloccato a Dubai». Ancora più duro il leader del M5s, Giuseppe Conte: «Sopriamo che il nostro ministro della difesa si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato del tutto inconsapevolmente sotto i missili che gli cadevano in testa insieme a tutti gli italiani. A dispetto di quello che diceva Giorgia Meloni del rapporto speciale con Trump, non viene neppure informato». Critico anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi. «La sudditanza a questa amministrazione Usa non paga, Meloni e Crosetto se ne facciano una ragione».
È l’ultimo tassello di un’amicizia imbarazzante. Dalla derisione per il contributo militare e umano dei partner Nato (Italia compresa) in Afghanistan all’aumento dei dazi. Meloni gioca da equilibrista senza rete dando però l’immagine di un’Italia schierata ma non informata, fedele ma irrilevante.
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