Sale ancora la tensione tra Pakistan e Afghanistan. Nelle prime ore di venerdì, il governo di Islamabad ha dato il via ai bombardamenti su Kabul, Kandahar e su numerosi avamposti militari. Nelle ore successive, i talebani hanno risposto con un’operazione su larga scala lungo il confine.
Stando ai rispettivi comunicati, avrebbero perso la vita 274 funzionari militari talebani e 55 soldati pachistani.
Gli inviti al dialogo mossi da più parti non hanno trovato un terreno particolarmente fertile, soprattutto a sud del confine: “La pazienza è finita”, ha dichiarato su X il Ministro della Difesa pachistano Khawaja Asif, “Adesso è guerra aperta”.
TERRITORI CONTESI
Da ottobre scorso, quando scontri lungo il confine causarono circa 70 morti, il clima tra i due paesi resta incandescente.
Pakistan e Afghanistan, uniti dalla fede islamica sunnita, condividono oltre 2.600 chilometri di confine mai riconosciuto formalmente da Kabul.
Per gli afghani, la Linea Durand, tracciata nel 1893, è un’eredità coloniale priva di legittimità. Imposta (o quasi) dai britannici, essa avrebbe avuto lo scopo di indebolire sin dal principio il progetto nazionale afghano: quella linea separava infatti i territori abitati dai Pashtun, sulla cui identità e demografia l’Afghanistan immaginava di costruirsi.
LEGAMI COL TERRORISMO
Su questa disputa territoriale si sono poi innestate nuove frizioni, aggravate dal ritorno al potere dei talebani nel 2021.
In particolare, Islamabad denuncia la contiguità tra Kabul e TTP, organizzazione responsabile di sanguinosi attentati contro militari e civili pachistani.
Il governo talebano non sembra però intenzionato a recidere questo legame. Se da un lato ci sono delle convergenze politiche, dall’altro, secondo Pearl Pandya (ACLED), ci sarebbe anche una sincera preoccupazione: rinnegare il TTP potrebbe significare rafforzare l’ISIS-K, il più violento gruppo terroristico della regione. I talebani, del resto, muovono al Pakistan accuse speculari: offrire sostegno, o almeno una buona dose di tolleranza, ai miliziani dell’ISIS-K.
LA FORZA DEL PAKISTAN
Sul piano militare, l’Afghanistan non può competere col suo ingombrante vicino. Secondo la Global Firepower Arms Control Association, il confronto è addirittura impietoso: 75mila militari in servizio attivo contro 660mila; 90mila riservisti contro 550mila; una flotta aerea di 5 velivoli contro 1.397; 0 carrarmati contro 2.677; un budget militare di 145 milioni di dollari contro uno di 9,1 miliardi; superfluo ricordare che, a differenza dell’Afghanistan, il Pakistan è una potenza nucleare dotata di 170 testate. Ancora freschi sono l’accordo di mutua difesa con l’Arabia Saudita e l’intesa con la Turchia. Facendo eco al Ministro della Difesa, il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che l’esercito è pronto a “schiacciare qualsiasi ambizione offensiva”.
I DIFFICILI EQUILIBRI REGIONALI
L’Afghanistan non è tuttavia l’unico dossier sul tavolo di Sharif. A ben vedere, l’Afghanistan potrebbe essere giusto un capitolo all’interno di un dossier ben più rilevante: quello dedicato all’India.
Non è un mistero che l’India sia il peggior nemico di Islamabad. Gli ingredienti sono più o meno gli stessi già menzionati: confini mai accettati, reciproche accuse di sostegno al terrorismo, schermaglie che sfociano in brevi ma feroci operazioni militari. Il nemico, però, è molto più temibile.
Allora potrebbe non essere casuale che l’attacco sia avvenuto pochi mesi dopo l’avvicinamento diplomatico tra India e Afghanistan.
Come non è certo casuale il viaggio del Primo Ministro indiano Narendra Modi in Israele. Modi non è tornato a Nuova Delhi a mani vuote: è in vista un accordo con Tel Aviv per lo sviluppo, la produzione e l’acquisto di tecnologie di difesa.
Intanto però Israele e Stati Uniti sono tornati all’attacco, colpendo nuovamente l’Iran e destabilizzando ulteriormente la regione.
