Cole Allen, l’uomo che ha tentato di colpire Donald Trump e il suo staff durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, probabilmente non ha dovuto forzare nessun blocco esterno. Avrebbe prenotato una stanza all’Hilton di Washington, portato dietro un fucile, una pistola e diversi coltelli e atteso il momento giusto. Soggiornando nell’hotel, avrebbe evitato i controlli che ogni altro ospite ha dovuto superare, infatti, in vista dell’evento all’esterno, erano stati predisposti controlli stringenti con metal detector e isolamento dell’area, ma l’accesso dall’interno dell’hotel potrebbe aver rappresentato un punto vulnerabile. Un aspetto ora al centro delle verifiche.
Il nodo della sicurezza
L’Hilton è da decenni la “casa” di questo evento, un edificio imponente che i servizi di sicurezza conoscono a memoria. Eppure, qualcosa è andato storto. Nonostante le suite blindate, gli ascensori dedicati e l’accesso speciale per la limousine presidenziale, il punto debole è stata proprio l’accoglienza dell’albergo.
Dopo la strage di Las Vegas del 2017, quando un uomo di 64 anni, Stephen Paddock, si barricò in una suite al 32° piano dell’hotel Mandalay Bay e uccise 60 persone, gli hotel americani avrebbero dovuto intensificare i controlli sugli ospiti “sospetti”, ma Allen era un trentunenne californiano senza precedenti penali. Resta da capire se l’Hilton abbia fatto uno screening adeguato o se la routine abbia preso il sopravvento sulla prudenza.
Nel mentre, l’agente ferito viene dimesso dall’ospedale, e l’America si interroga di nuovo. Dopo l’orecchio ferito di Trump in Pennsylvania, questo nuovo attacco dimostra che nella sicurezza ci sono ancora troppe falle, con un uomo armato che è riuscito a dormire a pochi metri dal suo bersaglio.
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