Sale la tensione tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha accusato apertamente il premier israeliano di aver rischiato di compromettere l’accordo con l’Iran attraverso un nuovo raid su Beirut. Netanyahu, dal canto suo, ha fatto sapere che Israele non si considera vincolato dalle clausole sul Libano e non intende ritirare le proprie truppe.
Trump: «Bibi non ha giudizio»
«Perché Bibi ha dovuto fare un fottuto attacco? Ero furioso. Non ha un cazzo di giudizio. Gliel’ho fatto sapere», ha dichiarato Trump ad Axios, riferendosi all’operazione israeliana in Libano. Secondo il presidente americano, il raid avrebbe «scombussolato tutto», provocando un rinvio nella firma del memorandum con Teheran. Washington stava cercando di chiudere un’intesa fragile, costruita attraverso settimane di mediazione, quando l’iniziativa militare israeliana ha rischiato di riaprire il conflitto.
Intervistato dal New York Times, Trump ha poi definito Netanyahu «un tipo molto difficile» e ha sostenuto che il primo ministro «dovrebbe esserci molto grato»; secondo Trump, senza gli Stati Uniti e il loro impegno contro il programma nucleare iraniano, «Israele non esisterebbe».
Il sostegno di Trump a Israele
Durante il suo primo mandato, Donald Trump è stato il presidente del trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, del riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan e degli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato i rapporti tra Israele e Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan.
Durante il secondo mandato, Trump ha fornito sostegno militare a Israele già nel giugno 2025, allo scoppio della guerra dei Dodici giorni, bombardato i siti nucleari iraniani di Fordow, di Natanz e di Esfahan. Ha creato l’organizzazione fantoccio del Board of Peace, volta alla colonizzazione di Gaza sotto il falso vessillo della pace. A febbraio, poi, si è fatto convincere da Netanyahu che un attacco congiunto contro Teheran avrebbe fatto capitolare il regime iraniano nel giro di pochi giorni. Una menzogna alla quale nessuno degli analisti americani credeva.
Netanyahu non arretra
Secondo Ynet, Netanyahu non avrebbe fatto passi indietro, e anzi avrebbe ribadito a Trump che Israele non si ritirerà dal Libano e non si considera obbligato a rispettare la parte dell’accordo con l’Iran che riguarda quel fronte. Le Forze di difesa israeliane manterranno quindi le posizioni occupate e continueranno a colpire infrastrutture di Hezbollah.
Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che «l’Idf rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, senza alcun limite di tempo, per proteggere le comunità israeliane dagli elementi jihadisti», e che questa linea è stata spiegata sia a Trump sia al segretario alla Difesa Pete Hegseth.
Priorità divergenti
La frattura non equivale ancora a una rottura. Gli Stati Uniti restano il principale sostegno militare e diplomatico di Israele, e Trump continua a considerare essenziale impedire che l’Iran ottenga l’arma atomica.
A divergere sono però le priorità. Netanyahu, stretto tra la destra di governo, le contestazioni interne e la volontà di mantenere una postura aggressiva nella regione, non intende accettare vincoli alle operazioni israeliane. Trump vuole invece chiudere il conflitto, riaprire Hormuz e intestarsi un accordo capace di rafforzarne l’immagine internazionale.
Il rapporto sopravvive perché gli interessi tattici restano comuni. Ma, accordo o meno, per gli Stati Uniti quella con l’Iran è una sconfitta sul piano strategico. E, per Trump, gran parte della colpa è di Benjamin Netanyahu.
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