Il 24 giugno un uomo di 63 anni ha imbracciato un fucile, ha aperto il fuoco e ha ucciso suo figlio, il 24enne Mirko Moriconi, e sua moglie, Kathy Andreoni. La giovane vittima, qualche tempo prima dell’omicidio, scrisse sui social: “Per mio padre sono meglio morto che gay”. La Sintesi ha contattato la senatrice del M5S, Alessandra Maiorino, per chiarire quanto la mancanza di educazione, sensibilizzazione e attenzione al tema dell’omobitransfobia possa essere pericolosa. La senatrice ha già annunciato che il campo progressista è pronto a impegnarsi su una legge efficace contro questi reati non appena tornerà al governo.
Onorevole Maiorino, se venisse confermata la matrice omofobica del delitto, cosa ci direbbe questo episodio sul clima che vivono ancora oggi molti giovani della comunità LGBT nelle proprie famiglie?
“Questo clima è addirittura degenerato e peggiorato per due ragioni: perché non si è fatto nulla per arginarlo e anzi si è fatto forse qualcosa per esacerbarlo. Si è ridicolizzato e negato il tema. Si è detto addirittura che i reati a sfondo di odio omotransfobico fossero semplicemente delle aggravanti generiche, perché è questo che voleva fare la destra, quindi, si è negata la specificità di questo odio. Certo, se confermato il movente di questa tragedia, siamo di fronte a un qualcosa per cui è necessario fermarsi tutti, indipendentemente dal colore politico e finalmente prendere atto di quella che è una realtà tragica nel nostro Paese e non solo. In Italia non si è voluto usare l’unico antidoto che esiste, che è quello della cultura, e anche dell’inserimento del Codice penale di questo specifico odio”.
Le ideologie e le dichiarazioni di un partito come Futuro Nazionale o in generale di Roberto Vannacci possono influenzare questo clima?
“Vannacci è la conseguenza di questo clima, non è la causa. Non ha tutta questa importanza. Vannacci non sarebbe esistito se prima di lui non fossero esistiti Salvini o altri che hanno ridicolizzato, minimizzato e rinnegato questo tema”.
Siamo in un momento storico in cui diversi governi in Europa riflettono sul divieto dei social ai minori di 16 o 14 anni. Secondo lei c’è il rischio che questa scelta isoli ancora di più queste fasce della popolazione, che magari usano i social proprio come sfogo e come ricerca di alleati?
“Io personalmente sono favorevolissima al divieto di accesso per i minori, perché siamo scoprendo sempre di più che è una forma di tossicodipendenza che addirittura modifica plasticamente la corteccia cerebrale e quindi la capacità cognitiva e relazionale dei bambini. Prima non sapevamo che conseguenze potesse avere, oggi sì ed è necessario fare qualcosa. Io sono per il divieto, se ne deve parlare. I social sono uno strumento, ma se non li si sa usare perché si è ancora molto influenzabili, come lo si è in quella fase di crescita e sviluppo, sono pericolosi”.
Qual è la prima misura concreta che proporrebbe domani in Parlamento per prevenire tragedie come quella di Camaiore?
“L’educazione nelle scuole che coinvolga le famiglie, la prevenzione dell’odio, la decostruzione degli stereotipi, l’affermazione nei libri di scienza che l’essere umano non è maschio o femmina. Quelli sono gli estremi, ma nel mezzo ci sono milioni di sfumature, che sono tutte legittime e tutte naturali. Questo lo dice la scienza, non lo dice un’ideologia. Purtroppo, c’è qualcuno che ha paura di questa verità e che si continua a trincerare dietro un binarismo che è astratto, che fa comodo perché è più comprensibile: il maschio e la femmina, il rosa e il blu. Invece, non è così e c’è un’infinità di sfumature della natura umana, tutte reali e naturali che vanno incorporate”.
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