Il lento declino del Governo Meloni potrebbe subire un’accelerata record nell’ultimo anno di legislatura. Mentre l’esecutivo lavora ad uno sprint sulla riforma della legge elettorale – forse l’ennesima destinata a fallire – il vero scatto si è registrato nelle distanze tra i partiti di maggioranza sulla gestione delle spese per il riarmo e la gestione della crisi energetica. La Presidente del Consiglio è asserragliata tra le critiche dell’opposizione, che ricorda la mancanza di una strategia a lungo termine per la gestione dell’emergenza legata alla guerra in Iran, e la contrarietà della sua stessa maggioranza su due misure chiave.
Il riarmo spacca la maggioranza
La prima riguarda le spese per il programma Safe sui prestiti comunitari per rafforzare la difesa. Un piano a cui l’Italia ha aderito proprio per decisione di Meloni, che non aveva intenzione di adirare il presidente Usa Donald Trump, e su cui ora nascono i primi dubbi. Come finanziare una spesa simile? Roma avrebbe dovuto investire ben 14,9 miliardi di euro per acquistare armi e altri strumenti difensivi, ma il Governo ha optato per un dietrofront, riducendo la spesa a 4 miliardi, massimo 5. Il tutto per evitare di affossare gli stessi conti su cui il campo progressista li aveva messi in guardia.
E se nei giorni scorsi sembra che Meloni abbia avuto una lite piuttosto accesa con il ministro della Difesa Guido Crosetto proprio su questo punto, oggi lo scontro principale è con la Lega. Il partito di Matteo Salvini – che si è scostato dalla maggioranza già sul tema dell’adesione dell’Ucraina in Ue – ha obiettato che l’Italia dovrebbe rinunciare del tutto al Safe. Come spiegato pubblicamente da Claudio Borghi, “così si sceglie di finanziarsi indebitandosi con l’Ue”.
D’altronde, Meloni sembra aver dimenticato lo scetticismo che prima della sua elezione aveva sempre nutrito per Bruxelles. Anche da FI, però, arrivano le prime critiche. Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, ha infatti messo in guardia su questa scelta: “Il giorno che il primo drone varcherà le Alpi, guai a chi si lamenterà della mancanza di difesa”. In maggioranza, quindi, nessuno ha la stessa posizione.
I governatori di centrodestra insorgono contro Meloni
La scelta della Presidente di diminuire i fondi destinati al programma serve anche per operare pressioni su Ursula von der Leyen, che il prossimo 3 giugno, risponderà alla richiesta dell’Italia sulla flessibilità per il Patto di stabilità per le spese dell’energia. Da quanto si apprende, sembra che la leader di Palazzo Berlaymont non voglia accondiscendere alla richiesta di Roma. Meloni, quindi, dovrà trovare nuovi metodi per rispondere al caro energia e carburanti. Proprio qui si gioca la seconda difficoltà.
L’esecutivo ha ipotizzato di utilizzare i fondi di coesione per gli aiuti contro i rincari. I presidenti di Regione, in particolare quelli di centrodestra, hanno duramente criticato la decisione del governo. “I soldi delle Regioni non si toccano”, ha messo in guardia il governatore del Veneto, Alberto Stefani, seguito da quello della Lombardia, Attilio Fontana: “Noi siamo contrari perché si tolgono alle Regioni dei fondi che servono allo sviluppo economico e alla formazione”. Ogni strada intrapresa da Meloni si trova di fronte la contrarietà della sua stessa maggioranza. Il segno, forse, che la sua egemonia non esiste più neanche tra le fila dei suoi stessi alleati.
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