Giorgia Meloni sembra aver ritrovato uno spirito di contrarietà nei confronti delle azioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ma se il tycoon agisce, portando l’Ue e la Nato a soffermarsi sulle loro stesse capacità, la presidente del Consiglio preferisce restare sul piano teorico, con critiche ma nessuna decisione concreta nei confronti degli Usa. In fin dei conti, l’Italia è fin troppo dipendente dagli Stati Uniti e rischia di pagare duramente l’ostilità con l’amministrazione statunitense.
Il pericolo della dipendenza dell’Italia dagli Usa
Meloni, così, cerca sempre di rimanere sul filo del rasoio, senza spingere troppo. A margine del vertice della Comunità politica europea – in sostanza una riunione con i Paesi membri dell’Ue, le Nazioni dei Balcani e quelle che storicamente erano inserite nella sfera di influenza russa – il capo del governo ha dichiarato di non comprendere gli attacchi di Trump nei confronti della Nato e di non condividere la sua decisione di ritirare le truppe Usa dal Vecchio continente. Al contempo, si è detta pronta ad incontrare il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio.
Il disinteresse di Trump per la Nato
Al momento non è possibile chiudere del tutto i rapporti con gli Stati Uniti. La crisi in corso, sia energetica che diplomatica, ha però dimostrato ancora una volta quanto la mancanza di indipendenza sia deleteria per uno Stato sovrano. Soprattutto se guidato da un leader che si ritiene sovranista. Così, nella stessa giornata, la Presidente del Consiglio, ha ricordato al tycoon come l’Italia “abbia sempre mantenuto gli impegni in ambito Nato, anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti, come in Afghanistan e in Iraq”, per poi aprire ad un incontro rappacificatore con Rubio.
Sembra difficile, però, dimenticare le aspre parole che Trump ha rivolto a Meloni dopo il suo intervento a difesa di Papa Leone XIV. “Non è più la stessa persona”, aveva sentenziato il presidente Usa, confermando una frattura nei rapporti tra Roma e Washington. La stessa che il suo segretario di Stato cercherà di riparare il prossimo 7 maggio con un incontro formale a Palazzo Chigi. Meloni ha poi voluto chiarire che a livello Nato gli Usa non avrebbero chiesto formalmente un sostegno da parte degli alleati nella loro guerra contro l’Iran. A marzo, infatti, il tycoon si era limitato a pretendere un intervento dei Paesi Ue finalizzato alla riapertura di Hormuz. Si sarebbe trattato di una vera e propria entrata in guerra.
Il paradosso del riarmo Ue
Questa nuova giravolta di Trump ha confermato a Meloni un mantra che in Europa si ripete da anni: “Dobbiamo rafforzare la nostra sicurezza e dobbiamo crescere nella nostra capacità di dare risposte da questo punto di vista”. Una frase che sembra ben promettere, almeno se fosse adeguatamente messa in pratica. Invece, anche il piano di riarmo Ue entra nella sfera di interesse Usa, in quanto gli armamenti e gli strumenti di difesa sarebbero in parte acquistati proprio dagli Stati Uniti. Il ponte che Meloni voleva rappresentare sembra oggi più una passerella da calpestare ogni volta che il Vecchio Continente tenta di affrontare lucidamente la dipendenza da Washington.
La strategia tardiva di Meloni contro la crisi energetica
Così perde valore anche il tentativo del governo di variare le fonti energetiche. Meloni ha chiarito che il suo viaggio a Baku, in corso oggi, rientra in quella “diplomazia dell’energia” che l’Italia sta portando avanti a difesa dei suoi interessi. Un seguito delle missioni nel Golfo e in Algeria, nel disperato tentativo di acquistare gas e petrolio a prezzi non maggiorati. Un’emergenza ancora una volta affrontata in fretta a causa della mancanza di un piano strategico a lungo termine che possa difendere l’Italia da queste crisi improvvise, il cui prezzo viene pagato dai cittadini e dalle industrie.
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