(Adnkronos) – “Fare il regista o l’attore è un lavoro talmente precario che è difficile fare delle scelte nette, a meno che non te lo puoi veramente permettere. Oggi è un mestiere per persone ricche. E il sistema? A volte mi sembra peggio di quello che vediamo nella serie cult ‘Boris'”. Così all’Adnkronos l’attore Michele Venitucci, reduce dal successo della fiction Rai con Alessandro Gassmann ‘Guerrieri – La regola dell’equilibrio’, parla del dietro le quinte del cinema: un tema al centro del film ‘La sobrietà’ di Carlo Fenizi, dal 27 aprile su Prime Video. In una chiave tra mockumentary e commedia nera, accompagna lo spettatore dietro le quinte degli ambienti cinematografici, tra manie e debolezze dei suoi protagonisti. Al centro della storia una nota actor coach (Eva Basteiro-Bertolí) e un fantasioso regista (Venitucci) che decide di realizzare un documentario proprio per smascherarne il metodo d’insegnamento, molto famoso quanto manipolatorio. Nel cast, che si muove tra scenografie vivaci e atmosfere oniriche, anche un’inedita Carmen Russo e un grande ritorno al cinema italiano di Amanda Lear.
Michele Venitucci spiega che ‘La sobrietà’ nasce da un presupposto autobiografico del regista Carlo Fenzi: “Così come Rodrigo, il personaggio che interpreto, anche Carlo è un regista dalla fantasia fervida, sempre un po’ al limite, che si è scontrato con una realtà come quella di oggi, dove per esigenze produttive e per mancanza di rischio e di visione, storie come le sue vengono rimbalzate in faccia”. Fenzi “è partito da un’esperienza narrativa personale per poi esplorare dinamiche che esistono davvero: la gente che lo rimbalza o i produttori che ti chiedono di non seguire i tuoi gusti ma quello che vuole il pubblico. Ci sono spunti che trovo molto veritieri”. Anche l’acting coaching. “Io negli ultimi sette-otto anni ho lavorato con un coach che non ha nulla a che vedere con quel tipo di attitudine che vediamo nel film, però so che a volte si creano dinamiche un po’ da setta: attori che fanno fatica a lavorare, che hanno bisogno di alimentare la creatività, e si finisce per sconfinare nella psicologia e nella terapia senza avere gli strumenti. Se non sei predisposto, diventa complesso”. Nel film “si esagera per ragioni narrative, ma gli spunti sono veri. Ed è strano: un tempo ‘Boris’ sembrava una farsa. Adesso, con i miei colleghi, ci ritroviamo spesso a dire: ‘Cavolo, il sistema è diventato peggio di ‘Boris'”.
Nel film Rodrigo vuole smascherare questo sistema però poi finisce per esserne parte- E’ inevitabile nel cinema diventare complici di ciò che si critica? “Io credo che trovare un compromesso con il tempo in cui vivi sia sano, ma perdere di vista la propria natura e il proprio senso di ricerca – soprattutto se sei un artista – è pericoloso. Nel mio percorso personale all’inizio ero molto estremo: alcune cose le ho pagate per inesperienza o per carattere, altre ho dovuto adattarle con sofferenza, perché mi sembrava di non sostenere più la mia natura, senza snobismo e senza prendermi troppo sul serio. Oggi sono in una fase diversa: riesco a dire dei no quando posso, e ad assecondare altre cose per necessità, ma cercando di mantenere più chiara la mia identità. Il problema è che è tutto talmente precario che è difficile fare scelte nette, a meno che tu non te lo possa davvero permettere. Oggi è un mestiere per persone ricche”.
Restando nel dietro le quinte della ‘settima arte’, Venitucci fa una riflessione sul sistema dei ‘no’ ai casting, tra opportunità negate e talenti invisibili. “I ‘no’ più grandi non riguardano solo me: riguardano il 90% degli attori. Non è polemica, è una mancanza oggettiva di opportunità. Il provino per un protagonista o un co-protagonista praticamente non esiste più, a meno che non si tratti di produzioni indipendenti o di quei due o tre registi che hanno il potere di scegliersi davvero gli attori. Nel resto dei casi non c’è gara: ti costruisci il percorso sui personaggi ricorrenti, sugli antagonisti, sperando di incastrarti perché qualcuno è saltato all’ultimo secondo. A volte serve che qualcuno lotti per te”, osserva Venitucci, citando il caso dell’attrice Vanessa Scalera con la fiction Rai ‘Imma Tataranni’: “Il regista Francesco Amato si è battuto per averla. Quando un regista si impunta e ti dà l’opportunità, allora puoi esprimerti e, se va bene, quella chance diventa concreta”, ma quando “l’opportunità viene negata alla base, questo diventa il limite più grande per gli attori e per il pubblico”. Per Venitucci “è un sistema che si ripete: ci sono sempre gli stessi nomi, gli stessi volti. Eppure quando le storie sono interessanti, la gente si affeziona, guarda, segue. A prescindere da chi interpreta i personaggi. Quel ‘circoletto’ di cui tanto si parla esiste davvero”.
E poi pone sotto la lente il film ‘Le città di pianura’ di Francesco Sossai, candidato a 16 nomination ai David di Donatello: “E’ diventato un caso. Quindici anni fa, sarebbe stato semplicemente un buon film. Succede perché non sappiamo più raccontare la provincia, perché non vediamo più facce nuove e performanti”. Oppure ‘La sobrietà’, che “è un film estremo, certo, ma in un panorama così piatto dovrebbe esserci spazio per opere di questo tipo. Invece sembra quasi un oggetto strano solo perché rompe l’uniformità”. Oggi “c’è un piattume di base, una paura di osare. È quello che raccontiamo anche nella storia di Rodrigo: alla fine le storie sono tutte uguali, seguono tutte lo stesso filone”. Alla domanda ‘ti senti incompreso dal mondo del cinema?’, Venitucci scava più a fondo: “La risposta è assolutamente sì. Per tanti motivi legati proprio alla mia carriera. Però quando ho smesso di pensarmi come un incompreso, sono cambiate delle cose. È cambiata la percezione che avevo di me stesso. Trasformare questa frustrazione in vittimismo poi si arriva alla rabbia e questa non produce energia costruttiva”. Nel corso della mia carriera “sono ripartito tante volte dopo progetti importanti. La fortuna di sopravvivere col proprio lavoro è sempre una fortuna e questa, bene o male, l’ho portata a casa. Mi è capitato di pensare ‘adesso smetto’, ma il fuoco per questo lavoro non si è mai spento dentro di me”.
Ed è in questi momenti, spiega l’attore, che “è importante il senso di collettività e lo scambio tra noi artisti. Questo si è perso. Abbiamo spesso di essere una comunità, un tempo c’era”. Gli attori spesso “si sentono soli, diventano vittime di un sistema da cui non riescono a uscire. Non abbiamo l’autonomia che hanno altri artisti con il proprio strumento: noi abbiamo bisogno di una collettività per lavorare e per esprimerci, e abbiamo bisogno di una comunità anche per sostenerci, per non trasformare l’energia negativa in vittimismo. Il motivo per cui ho accettato questo progetto nasce anche dalle mie esperienze. L’unico antidoto alla discriminazione o alla mancanza di opportunità è non percepirsi come vittime, ma analizzare quello che succede, contrastarlo facendo bene”. Il suo sogno? “Mi piacerebbe fondare una compagnia che poi diventi un vero collettivo, partendo da uno zoccolo duro che per me è la Puglia”. Perché, “anche se la Puglia è stata ‘colonizzata’ dal cinema e dalla televisione, non si è mai creata una realtà stabile: non ci sono produzioni locali vere, non ci sono scuole di formazione”. Ma “non è campanilismo”, è partire “da una base solida per costruire qualcosa che possa diventare nazionale e anche internazionale. L’idea della collettività oggi è fortissima. C’è una fetta di Paese – quella dei giovanissimi – che non viene osservata, a cui non viene dato nessun potere. E quella fetta va nutrita e ascoltata. Mi piacerebbe ricreare uno scambio partendo proprio da lì, perché sento che c’è la necessità di farlo. Non è un’utopia: è uno di quei momenti in cui senti che potrebbe funzionare”, conclude. (di Lucrezia Leombruni)
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