C’è una ferita che non si chiude e che ogni giorno torna a farsi vedere: è quella delle morti sul lavoro. Alla vigilia del Primo maggio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama tutti a una responsabilità collettiva.
Da Pontedera, durante le celebrazioni della Festa del Lavoro, il Capo dello Stato parla senza giri di parole: “Le cronache ci restituiscono quasi ogni giorno notizie di lavoratrici e lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati”. Un richiamo che arriva anche dalla recente Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, segno di una “piaga che non accenna a sanarsi”. Il dato più duro è quello delle vittime: oltre mille ogni anno tra incidenti sul posto e durante gli spostamenti. Numeri che per Mattarella non possono essere accettati. “Si tratta di un tributo inaccettabile”, dice, esprimendo vicinanza alle famiglie colpite.
Il tema della sicurezza torna così al centro del dibattito pubblico. Non come questione tecnica, ma come dovere civile. “La sicurezza sul lavoro resta un impegno che non consente rinunce”, sottolinea il presidente, indicando una strada chiara: servono più controlli, più rispetto delle regole, una cultura condivisa che metta al primo posto la vita delle persone. Nel suo intervento c’è anche un richiamo diretto a tutti gli attori in campo. “La lotta alle incurie, alle illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere imprenditori, lavoratori, istituzioni, società”. Nessuno escluso, perché il problema riguarda l’intero sistema.
Il messaggio è netto: quello che è stato fatto finora non basta. “Le cronache ci dicono che non è ancora sufficiente per tutelare la salute di chi lavora”. Serve un cambio di passo, concreto, visibile. Non bastano parole o promesse, servono azioni che incidano davvero sull’organizzazione del lavoro e sul rispetto delle norme.
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