«Mario». L’ambasciatore USA Tilman J. Fertitta ha ribattezzato così il vicepremier Matteo Salvini durante la serata dell’Independence Day a Villa Taverna. E non si tratta solo di un problema di memoria: è lo specchio della percezione che gli USA hanno dell’Italia. Di totale irrilevanza.
Completano poi il triste quadro del Belpaese un ministro della Difesa che non vede l’ora di dare le dimissioni perché non viene accontentato sugli investimenti militari, il segretario della Lega che, nonostante la totale indifferenza mostratagli da Fertitta, continua a sostenere che «nessuno potrà mai mettere in discussione i rapporti tra Italia e Stati Uniti d’America» – così ha scritto su X, ndr – e, per concludere, un ministro degli Esteri privo di polso sui dossier internazionali.
L’asse Meloni-Trump non è mai esistita
«È incredibile». Donald Trump descriveva così Giorgia Meloni. E ci credeva anche la premier, convinta di poter fare da ponte tra Washington e Bruxelles in nome del presunto rapporto privilegiato con il Presidente USA. Presunto, sì. Perché in realtà dietro gli encomi reciproci non si è mai palesata la sostanza dei fatti. L’asse tra i due leader di destra, oltre a nutrire il sentimento di fierezza della premier, non ha mai portato alcun vantaggio all’Italia: dai dazi sui prodotti alimentari – vino, pasta, formaggi e simili –, farmaceutici, acciaio e alluminio, passando per l’imposizione di un investimento del 5% del Pil nella difesa. Un obiettivo irraggiungibile per il Belpaese.
E infatti ci è voluto poco per far cambiare idea al tycoon. È bastato che Meloni facesse quello che è chiamata a fare, la presidente del Consiglio di un Paese sovrano, per far sì che la «donna bellissima e in gamba» diventasse «Ggiorgia». Leader che «implora» un alleato per «fare una foto» con l’obiettivo di recuperare terreno nei sondaggi. Con tanto di «pena». Tra l’altro, un epilogo facilmente prevedibile. Solo Palazzo Chigi poteva essere tanto ingenuo da credere che Donald Trump – lo stesso che si è presentato al vertice del G7, con un’ora di ritardo, rivendicando: «Io sono il boss» – potesse davvero percepire la premier una sua pari.
L‘Italia è irrilevante per Washington. La matrice dell’iniziale interesse politico di Trump nei confronti di Meloni è una: da buon uomo egoriferito, assorbiva piacevolmente gli elogi della premier. A lui la leader di Fratelli d’Italia voleva consegnare senza remore il Nobel per la Pace, lo definiva un «grande leader», capace di dare sempre una risposta «razionale» durante i momenti di crisi. Che poi, su questo fior fiore di intellettuali avrebbero da ridire. In sostanza, il tycoon vedeva la presidente del Consiglio come una sua fan e la trattava di conseguenza. Viene quasi da sorridere, se non ci fosse da piangere, a ripensare al commento della premier post G7, quando disse che entrambi hanno un «carattere forte», ma che prevale il rispetto reciproco. L’ennesimo errore di valutazione.
La percezione non è certo quella di rientrare tra i «big» dell’Unione Europea, ma più di essere una media potenza rimessa in riga dal «boss» che occupa la Casa Bianca. Prima il Governo Meloni lo capisce, meglio sarà per tutti.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()





