“Una sconfitta al referendum segnerebbe un punto di svolta cruciale”. È la riflessione di Politico sulla posizione di Giorgia Meloni. “I suoi rivali individuerebbero finalmente una falla nella sua armatura e passerebbero ad attaccare il suo operato, in particolare le debolezze economiche interne”. Il 22 e il 23 marzo gli italiani sono chiamati alle urne per votare nel merito della Riforma della Giustizia promossa dalla maggioranza.
Il tentativo della premier di non personalizzare la campagna referendaria è andato in fumo dopo poche settimane, complici le uscite degli esponenti di governo: da Carlo Nordio a Giusi Bartolozzi, che ha definito la magistratura “un plotone d’esecuzione”. Ed ecco che la leader di Fratelli d’Italia si è vista costretta a ritirare le redini, ergendosi a portavoce di una Riforma che parte del suo partito, peraltro, non approva.
È questo il prezzo della stabilità politica che tanto decanta. Prima il No all’Autonomia differenziata di Calderoli (Lega) da parte della Corte Costituzionale, ora il rischio è che siano i cittadini stessi a voltarle le spalle.
Il Campo Largo vede la luce
Dopo quattro anni di sconfitte dell’opposizione, il cosiddetto Campo Largo inizia a vedere finalmente la luce. I sondaggi indicano il vantaggio del No, di pochi punti percentuali. Bassa o alta affluenza che sia. Un’eventualità, questa, che “minerebbe l’aura di invincibilità politica che emana non solo a Roma, ma anche a Bruxelles”, continua Politico.
La premier ha sfoggiato “una grande abilità nell’utilizzare a proprio vantaggio i meccanismi Ue”, “sfruttando il peso politico dell’Italia per ottenere concessioni in ambiti come i sussidi agricoli”, ma la vittoria del No potrebbe rappresentare “la prima grave battuta d’arresto”. Il messaggio sarebbe chiaro: anche Giorgia Meloni, che appare invincibile, si può battere.
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