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domenica 19 Aprile, 2026
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L'Avana. EPA_Ernesto Mastrascusa

Trump rilancia: “Credo che avrò l’onore di prendere Cuba”

Mentre l'isola è al buio, l'Amministrazione USA prepara l'ennesimo cambio di regime

Da Sergio Di Laccio
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«Credo che avrò l’onore di prendere Cuba. Che io la liberi o la prenda, penso di poter fare qualsiasi cosa voglia».
Le parole di Donald Trump, pronunciate alla Casa Bianca, arrivano mentre l’isola caraibica è al buio per un blackout totale, scossa da un terremoto di magnitudo 6 e travolta da una crisi energetica mai così profonda. Il presidente americano rivendica margini d’azione illimitati a fronte di una «nazione molto indebolita», mentre conferma i contatti in corso con L’Avana sul futuro del paese.

L’embargo

Dopo la rivoluzione del 1959 contro il regime di Fulgencio Batista, Cuba è entrata in rotta di collisione con i propri ingombranti e ferocemente anticomunisti vicini. Già nel 1961 gli Stati Uniti tentarono di rovesciare Fidel Castro, armando gli esuli cubani e finanziando la fallita invasione della Baia dei porci. Nel 1962, il Proclama 3447 impose l’embargo, ovvero il divieto di commerciare con Cuba: non solo per gli Stati Uniti, ma per tutti i Paesi che non intendessero rinunciare a fare affari con gli americani.
Dopo oltre sessant’anni, l’embargo, considerato illegale dalla comunità internazionale e di cui l’Assemblea generale dell’ONU ha chiesto invano la fine decine di volte, sta finalmente dando i suoi frutti avvelenati: Cuba è a un passo dal collasso. Strangolata con successo.

Il petrolio venezuelano

Il colpo di grazia è stato il blocco delle forniture di petrolio venezuelano dopo il (mezzo) golpe di gennaio, con il rapimento di Maduro e della moglie Cilia Flores e l’uccisione di trentadue militari cubani di stanza a Caracas. L’Avana sembra destinata a seguire un copione simile: secondo indiscrezioni, in cambio di un allentamento delle sanzioni e, probabilmente, di lucrosi affari sull’isola, Washington non pretende la totale resa del regime ma soltanto la rimozione del presidente Miguel Díaz-Canel e dei suoi fedelissimi.
Un’opzione che per il momento il governo cubano ha respinto al mittente: qualsiasi negoziato dovrà avvenire «nel rispetto della sovranità nazionale». Ma l’economia vacilla, le luci si spengono, e l’opzione militare è sempre dietro l’angolo.

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