L’attacco all’Iran era scritto nei flussi di denaro prima ancora che nei comunicati ufficiali. Mentre Stati Uniti e Israele preparavano le operazioni militari, su Polymarket volavano scommesse per oltre 529 milioni di dollari sulla data dei raid. Sei account nati a febbraio hanno incassato circa un milione puntando sul 28 febbraio, con acquisti fatti poche ore prima delle esplosioni. Per gli analisti è un quadro che ricorda l’insider trading, anche se le prove restano fragili. Intuito, fortuna e informazioni riservate si confondono.
In tutto questo, l’Italia guardava da fuori. Il governo non sapeva nulla dell’attacco, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto restava bloccato a Dubai. Nessun canale aperto, nessuna informazione preventiva, nessun segnale utile. Da una parte i mercati che “prevedono” la guerra, dall’altra un alleato tenuto fuori dal gioco.
Il caso più eclatante riguarda un trader noto come “Magamyman”, che ha guadagnato oltre 553mila dollari scommettendo sulla morte della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei. Le operazioni hanno attirato l’attenzione del Congresso USA. Il senatore democratico Chris Murphy ha parlato di un sistema che spinge chi ha accesso a informazioni sensibili a fare profitti sulla guerra.
La Casa Bianca ha negato legami diretti, ma i rapporti tra l’universo Trump e Polymarket esistono: Donald Trump Jr. è consulente della piattaforma e fondi vicini alla famiglia hanno investito milioni nel progetto. Intanto, altri mercati come Kalshi hanno bloccato e rimborsato scommesse legate alla morte di Khamenei per evitare violazioni di legge.
Il quadro è semplice: c’è chi scommette sulla guerra e chi la subisce. E poi c’è chi, come l’Italia, resta fuori dai tavoli dove le decisioni passano prima dal denaro che dalla politica. Un paradosso che pesa più delle bombe: il conflitto era già quotato, mentre Roma era ancora all’oscuro.
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