Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei famigliari delle vittime del 2 Agosto, alla vigilia delle commemorazioni aveva affidato una speranza alle parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: che arrivasse finalmente il riconoscimento esplicito della “strage fascista” per la bomba esplosa il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, costata la vita a 85 persone e il ferimento di oltre 200. Alla sua prima manifestazione sul palco da presidente dell’associazione, Lambertini aveva lanciato un appello diretto: «Spero che nel messaggio la presidente del Consiglio riesca a dire che si è trattato di una strage fascista, spero che riesca a sbloccare questa cosa a livello verbale, perché questo dicono tutte le sentenze, tutti i vari gradi di giudizio, ci aspettiamo che abbia il coraggio di tagliare con il passato». Una richiesta rimasta però senza risposta nel messaggio ufficiale della premier.
Le parole del governo: “matrice neofascista” e il richiamo alla verità giudiziaria
Nel corso della giornata diversi esponenti dell’esecutivo hanno ricordato l’anniversario della strage. Gli esponenti della Lega Molteni e Fontana hanno parlato di “strage di matrice neofascista”, così come il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in rappresentanza di Forza Italia. Poi è arrivata la nota del presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha scelto una formula più vicina al linguaggio delle sentenze, pur inserendo l’espressione tra virgolette e sottolineando la necessità di ulteriori approfondimenti. «In occasione del 46º anniversario della strage di Bologna rinnoviamo un sentito omaggio alla memoria delle vittime e ai loro familiari. È doveroso ricordare nuovamente che la verità giudiziaria ha attribuito con sentenza definitiva alla “matrice fascista” la responsabilità di questa orribile strage. È altrettanto doveroso unirsi alla richiesta che viene da più parti di proseguire nella ricerca della completa verità. Lo dobbiamo all’Italia».
Il messaggio di Meloni senza il riferimento alla matrice fascista
Dopo mezzogiorno è arrivato anche il messaggio di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha ricordato la gravità dell’attentato e il dolore delle vittime, ma non ha utilizzato l’espressione “matrice fascista” né ha indicato i responsabili già individuati dalle sentenze. «46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Ha colpito al cuore la nazione intera, con un attentato che ha disintegrato la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento. Il governo continuerà a fare la propria parte nel complesso cammino che è necessario portare avanti per fare piena luce sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel Dopoguerra». Meloni ha poi ricordato il lavoro sulla desecretazione degli atti: «Il percorso di versamento degli atti declassificati all’Archivio centrale dello Stato costituisce un passo determinante, che la Presidenza del Consiglio sta portando avanti in sinergia con le altre amministrazioni dello Stato e in uno spirito di collaborazione con le associazioni dei famigliari delle vittime». Una posizione molto simile a quella espressa nel 2025, quando aveva dichiarato: «Il 2 agosto di 45 anni fa – aveva detto Giorgia Meloni – il popolo italiano ha vissuto una delle pagine più buie della sua storia. Il terrorismo ha colpito con tutta la sua ferocia la città di Bologna, con un attentato che ha disintegrato la stazione, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento».
Lo scontro a distanza con Schlein
Sul tema è intervenuta anche Elly Schlein, presente al corteo bolognese. La segretaria del Partito democratico ha chiesto che il governo riconosca pienamente quanto stabilito dalle sentenze. «Io penso che soprattutto chi governa debba dare piena lettura e piena attuazione alle sentenze. Che hanno appurato la matrice neofascista di una strage terroristica eversiva, condotta con la collaborazione di apparati deviati». Secondo Schlein, «per governare è importante anzitutto conoscere la storia del nostro paese». La leader dem ha poi aggiunto: «Noi continueremo a fare la nostra parte, anche nelle aule parlamentari, per evitare qualunque tentativo di riscrittura della nostra storia e qualunque legittimazione a piste che sono già state completamente smentite da intere sentenze come la pista palestinese».
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