Nel dibattito internazionale l’attenzione è concentrata soprattutto sulle trattative, sugli accordi possibili e sulle mosse dei grandi attori geopolitici. Ma dietro le strategie diplomatiche resta una popolazione, quella iraniana, che continua a pagare il prezzo più alto del conflitto e della repressione interna. A denunciare la situazione è Mai Sato, relatrice speciale delle Nazioni unite per i diritti umani nella Repubblica islamica dell’Iran, in un’intervista pubblicata da Repubblica. Il quadro tracciato è quello di cittadini intrappolati tra due forme di violenza: quella esterna dei bombardamenti e quella interna esercitata dalle autorità iraniane. «Gli iraniani sono stretti tra aggressione esterna e repressione interna», afferma Sato.
Le conseguenze dei bombardamenti
Secondo la relatrice Onu, gli attacchi israelo-statunitensi hanno colpito anche obiettivi civili, provocando conseguenze pesanti sulla vita quotidiana della popolazione. Nel mirino sarebbero finite scuole, ospedali, quartieri residenziali e infrastrutture essenziali, con milioni di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni. Sato sottolinea inoltre che le minacce contro infrastrutture strategiche come ponti e centrali elettriche potrebbero configurare violazioni del diritto internazionale umanitario. La situazione sarebbe aggravata anche dalle attività militari iraniane condotte nelle vicinanze di strutture civili e dal blocco delle comunicazioni. La limitazione dell’accesso a internet, secondo la relatrice, avrebbe impedito a molti cittadini di ricevere informazioni fondamentali per la propria sicurezza.
La repressione dopo le proteste
Accanto alla guerra esterna continua però la repressione interna. Le proteste iniziate a gennaio hanno portato, secondo la denuncia delle Nazioni unite, a migliaia di arresti, episodi di tortura e casi di sparizione forzata. Sato riferisce almeno 7.015 vittime accertate e segnala che dall’inizio del 2026 almeno 24 persone sono state giustiziate in relazione alle manifestazioni. La pena di morte, secondo la relatrice, sarebbe diventata uno strumento per colpire e intimidire una generazione che mette in discussione il sistema politico, sociale ed economico del Paese.
Un popolo sospeso tra paura e incertezza
Mentre la diplomazia internazionale discute di equilibri regionali e possibili accordi, milioni di iraniani vivono una condizione di estrema vulnerabilità. Da una parte il rischio dei bombardamenti e della distruzione delle infrastrutture, dall’altra la pressione di un apparato repressivo che continua a colpire il dissenso. L’allarme lanciato dalla relatrice Onu richiama l’attenzione su una crisi umanitaria che rischia di rimanere sullo sfondo rispetto alle grandi partite geopolitiche. Al centro, però, resta la vita dei civili: una popolazione schiacciata tra guerra, paura e mancanza di prospettive.
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