Le primarie del centrosinistra restano sospese tra proposta politica e regolamento di conti. Una decisione formale ancora non c‘è, e difficilmente arriverà prima di settembre. Nel frattempo, però, il dibattito si allarga e ogni partito prova a mettere un paletto sul terreno della futura coalizione. A rilanciare la discussione è Angelo Bonelli. Il leader di Europa Verde mette in fila le priorità: prima il programma, poi eventualmente la gara per scegliere il candidato premier. «Sono tantissimi i cittadini che ci chiedono quando riusciremo a metterci d’accordo sul programma», osserva, sostenendo che esistano le condizioni per candidarsi a governare il Paese. Il punto, per Bonelli, è soprattutto definire una visione comune. Tra i nodi indica la politica estera e la necessità, a suo giudizio, di «ripristinare il diritto internazionale», contrapponendosi a un ordine mondiale che identifica nella supremazia militare la propria regola.
La provocazione del partigiano
Poi arriva la proposta destinata a far discutere: se le primarie si faranno, il centrosinistra potrebbe candidare «un partigiano» contro il presidenzialismo di Giorgia Meloni. È una provocazione politica, ma anche un modo per riportare il confronto sul terreno dei valori. Il messaggio è chiaro: la sfida alla destra non dovrebbe limitarsi alla scelta di un nome, ma avere un’identità riconoscibile e una battaglia politica precisa. Il problema è che proprio sull’identità il Campo largo appare ancora diviso. Il Pd deve fare i conti con una parte del proprio mondo che guarda con diffidenza alle primarie, mentre il Movimento 5 Stelle continua a considerarle uno strumento possibile per scegliere il leader.
Il M5s spinge, il Pd frena
Il Movimento sta intanto costruendo il proprio programma attraverso un percorso partecipativo, Nova, che arriverà all’appuntamento finale il 19 e 20 settembre. E insiste sulla possibilità di coinvolgere gli elettori anche nella scelta del candidato. Nel Pd, invece, cresce il fronte contrario alle primarie. Roberto Speranza sostiene che una competizione interna rischierebbe di dividere la coalizione, perché gli elettori del candidato sconfitto potrebbero non mobilitarsi alle elezioni. Di segno opposto è Stefano Bonaccini, secondo cui continuare a mettere in discussione le primarie produce danni: la sua idea è una competizione a doppio turno, aperta ai diversi candidati.
Bettini: «Salis partecipi»
Nel frattempo Goffredo Bettini mette sul tavolo un altro nome: Silvia Salis. Per l’esponente dem, l’ex atleta e attuale sindaca di Genova potrebbe correre per Palazzo Chigi, ma soltanto passando dalle primarie. Bettini avverte che una candidatura costruita «a tavolino», attraverso una convergenza preventiva dei partiti, farebbe perdere proprio quella freschezza che rappresenta la forza di Salis. E soprattutto le renderebbe più difficile parlare a tutte le sensibilità del centrosinistra. Così, mentre il centrodestra ha una leadership riconosciuta e il centrosinistra discute ancora di programma, regole e candidati, le primarie diventano il vero banco di prova del Campo largo. Prima, però, resta da capire per fare cosa: senza una piattaforma comune, anche la scelta del leader rischia di essere soltanto l’ennesima partita interna.
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