Il meccanismo delle primarie del centrodestra e del «campo largo» comincia a scaldare i motori, ma al Nazareno si apre una spaccatura tattica. L’area riformista del Partito Democratico spinge per schierare ai gazebo un proprio candidato di bandiera insieme a Elly Schlein, per intercettare l’elettorato moderato al primo turno. Il profilo più accreditato è quello dell’eurodeputato Giorgio Gori, sul quale convergerebbe con favore anche Matteo Renzi con Casa Riformista. Tuttavia, la segretaria dem è fermamente contraria: la deroga statutaria necessaria per permettere due candidature dello stesso partito non rientra nei suoi piani, nel timore di disperdere voti e indebolire l’immagine di una leadership solida.
Il duello diretto con Conte e i timori delle alleanze
L’obiettivo prioritario di Schlein rimane la sfida bipolare diretta con il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Una corsa a due semplificherebbe la competizione ed eviterebbe lo scoglio del secondo turno, sgradito ai vertici pentastellati. La partita, però, scombussola gli equilibri con le altre forze della coalizione. Alleanza Verdi-Sinistra si trova in un vicolo cieco: schierare uno tra Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni incrinerebbe l’asse interno, mentre rinunciare a un proprio nome significherebbe restare schiacciati dalla morsa tra Pd e M5s.
L’incognita centrista e l’ombra del logoramento
Anche nel fronte centrista le acque restano agitate. Dopo il rifiuto di Silvia Salis, l’area di Renzi resta alla ricerca di una figura di peso. L’ipotesi Gori vedrebbe d’accordo diversi settori, ma senza il via libera del Pd l’ex sindaco di Bergamo sarebbe costretto a una scelta drastica fuori dal partito. Sullo sfondo restano i dubbi sulla data delle consultazioni: fissare l’appuntamento ai gazebo senza una certezza sulla nuova legge elettorale e sui tempi delle urne rischia solo di esporre il futuro candidato premier a un prematuro logoramento politico.





