La truffa che nel febbraio 2026 ha coinvolto Fideuram assume nuovi contorni con l’iscrizione nel registro degli indagati di un cittadino israeliano di 48 anni. Gli investigatori della Procura di Milano stanno ricostruendo una complessa operazione internazionale che ha portato inizialmente all’uscita dalle casse dell’istituto di circa 95 milioni di euro. Una parte consistente della somma è rientrata grazie all’intervento della banca e alla collaborazione con autorità e istituti stranieri, mentre una quota compresa tra 36 e 39,5 milioni resta al centro delle attività investigative.
Il messaggio che sembrava arrivare da Carlo Messina
La vicenda è iniziata nel febbraio scorso, quando Paolo Molesini, all’epoca presidente di Fideuram, ha ricevuto un messaggio su WhatsApp apparentemente inviato da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, gruppo al quale Fideuram appartiene. Il messaggio chiedeva di effettuare con urgenza una serie di bonifici attraverso la tesoreria di Fideuram. La richiesta faceva riferimento a una presunta operazione finanziaria internazionale che avrebbe richiesto rapidità per evitare di perdere un’opportunità all’estero.
I truffatori hanno costruito una comunicazione credibile sfruttando identità, relazioni professionali e tecnologie di intelligenza artificiale. Non si sono infatti limitati a utilizzare un falso profilo WhatsApp. Dopo il primo contatto hanno aggiunto altri elementi destinati a rafforzare la credibilità della richiesta e a convincere il dirigente che l’operazione avesse realmente origine dai vertici del gruppo bancario.
La telefonata con la voce clonata dell’avvocato
Nella seconda fase della truffa è comparso anche Paolo Nastasi, managing partner di A&O Shearman Italia, completamente estraneo al raggiro. I criminali avrebbero utilizzato il suo nome e la sua identità professionale per rendere ancora più credibile la presunta operazione. Molesini conosceva l’avvocato e, secondo la ricostruzione investigativa, durante una telefonata ha riconosciuto una voce che sembrava proprio quella del professionista.
In realtà, quella voce sarebbe stata ricreata attraverso strumenti di intelligenza artificiale e voice cloning. La tecnologia consente di riprodurre caratteristiche vocali di una persona reale e di utilizzarle per simulare conversazioni telefoniche. I truffatori avrebbero inoltre fatto arrivare comunicazioni apparentemente provenienti dallo studio legale, creando una sequenza di contatti coerente con la storia raccontata attraverso WhatsApp.
La combinazione tra il falso messaggio attribuito a Carlo Messina, la telefonata con la voce contraffatta e le comunicazioni apparentemente professionali ha contribuito a rendere credibile l’operazione. I bonifici sono quindi partiti verso conti esteri, soprattutto in Cina e a Hong Kong.
Quasi 95 milioni trasferiti, una parte recuperata
Il sistema di sicurezza di Fideuram ha però fatto scattare l’allarme. L’istituto ha attivato rapidamente i meccanismi di collaborazione interbancaria internazionale e ha lavorato insieme agli organismi investigativi per bloccare le somme. In Cina sono stati congelati oltre 40 milioni di euro, mentre altri 13 milioni sono stati successivamente sottoposti a sequestro preventivo su un conto bancario in Portogallo.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, una parte del denaro ha però seguito un percorso diverso. Le somme rimaste fuori dalla disponibilità degli inquirenti sarebbero transitate anche attraverso il Portogallo prima di essere convertite in bitcoin. La trasformazione in criptovalute ha reso più complessa l’attività di recupero e ha spinto la Procura di Milano a ricorrere alla cooperazione giudiziaria internazionale.
Le cifre riportate nelle ricostruzioni più recenti indicano che circa 59 milioni di euro sono stati recuperati o bloccati, mentre almeno 36 milioni risultano ancora da rintracciare. Gli atti dell’inchiesta parlano invece di una somma residua che arriva a circa 39,5 milioni. La differenza dipende dalla ricostruzione delle somme effettivamente recuperate e da quelle che gli investigatori considerano ancora fuori dalla disponibilità dell’istituto.
L’indagine della Procura di Milano
La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, conduce l’inchiesta insieme ai carabinieri del Nucleo investigativo. Nel procedimento compaiono anche l’aggiunto Eugenio Fusco e i pm Barbara Benzi e Alfonso Serritiello. Un provvedimento di sequestro preventivo firmato dalla gip Sonia Mancini ha consentito di congelare una parte delle somme individuate all’estero.
Il cittadino israeliano di 48 anni risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta, ma gli stessi investigatori valutano la possibilità che il nome utilizzato nelle movimentazioni finanziarie possa riferirsi a un’identità fittizia. L’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna e le verifiche dovranno stabilire il ruolo effettivamente ricoperto dall’uomo e gli eventuali collegamenti con gli altri componenti della rete criminale.
Gli investigatori stanno seguendo il percorso internazionale delle somme attraverso diversi Paesi e strumenti finanziari. I soldi hanno raggiunto conti e intermediari situati in più giurisdizioni, mentre una parte è arrivata nel circuito delle criptovalute. Le rogatorie internazionali rappresentano quindi uno degli strumenti utilizzati per ricostruire i passaggi del denaro e individuare eventuali ulteriori persone coinvolte.
Una tecnica che colpisce anche il settore bancario
Il caso Fideuram mostra inoltre come le truffe basate sulla cosiddetta CEO Fraud stiano diventando sempre più sofisticate. I criminali cercano di impersonare amministratori delegati, dirigenti, professionisti e altre figure considerate autorevoli all’interno delle aziende. L’obiettivo consiste nel creare una situazione di urgenza e convincere il destinatario ad autorizzare trasferimenti di denaro senza effettuare ulteriori verifiche.
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Messaggi, e-mail, immagini e soprattutto voci possono apparire estremamente realistici. Nel caso Fideuram, i truffatori hanno combinato più strumenti e più identità per costruire una storia apparentemente coerente. La tecnologia non ha violato i sistemi informatici della banca: il raggiro ha invece sfruttato la fiducia delle persone e l’autorevolezza delle identità imitate.
La Procura di Milano sta inoltre esaminando altri episodi con caratteristiche simili che avrebbero coinvolto altri istituti bancari. In uno dei casi sotto esame, una manager avrebbe autorizzato operazioni per circa 24 milioni di euro, con una parte delle somme successivamente recuperata all’estero. Un altro episodio avrebbe riguardato circa 2 milioni di euro. Gli investigatori stanno verificando eventuali collegamenti tra le diverse vicende.
Nel caso Fideuram, dunque, l’indagine continua su più fronti. Da una parte gli investigatori cercano di identificare tutti i responsabili della truffa e ricostruire la rete internazionale utilizzata per spostare il denaro. Dall’altra prosegue la ricerca dei milioni convertiti in criptovalute. La vicenda resta aperta e il recupero delle somme rappresenta uno degli obiettivi principali delle attività investigative.
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