Un addestramento lampo che dura al massimo poche settimane e uno stipendio decurtato al 65% del parametro base. Si presenta così la nuova figura del poliziotto penitenziario ausiliario (estesa anche all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato e alla Guardia di Finanza), introdotta tra le pieghe della Manovra 2027 attraverso l’istituzione della riserva volontaria.
Il provvedimento dell’esecutivo rinuncia a finanziare i concorsi ordinari per le assunzioni stabili e inventa una manodopera in divisa a basso costo. I nuovi arruolati vengono immessi in servizio attivo con qualifiche operative di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza dopo un corso formativo estremamente compresso. Una volta in divisa, percepiscono una retribuzione fortemente ridotta rispetto al personale di ruolo, rimanendo del tutto esclusi dai premi di congedamento e dal fondo di efficienza dei servizi istituzionali (FESI).
Nessuna stabilizzazione e precariato permanente
A rendere la misura un vero e proprio specchietto per le allodole per migliaia di giovani è l’assenza di qualsiasi automatismo per il posto fisso. Al termine dell’anno di ferma temporanea, il poliziotto penitenziario o il carabiniere ausiliario non ottiene il passaggio nei ruoli effettivi dello Stato, ma soltanto una riserva di posti (fino al 30%) per partecipare a futuri concorsi pubblici.
La norma scarica così sui singoli lavoratori il peso delle carenze d’organico del sistema carcerario e delle forze di polizia. Invece di coprire i buchi generati dal blocco del turnover — che vede uscire quattro pensionati a fronte di appena tre nuovi ingressi di ruolo —, il governo preferisce affidare settori delicati dell’ordine pubblico a personale a tempo determinato, maggiormente ricattabile e privo di garanzie previdenziali o di carriera.
La protesta dei sindacati: «Così si sfascia la sicurezza democratica»
La denuncia delle organizzazioni sindacali è unanime nel mettere a nudo le debolezze di questo modello. Come evidenziato dal Silp Cgil e dalla confederazione di Corso d’Italia, l’impiego di personale poco formato e con contratti a termine mina alla radice la gestione della sicurezza: «A chi esercita una funzione così delicata dobbiamo garantire autonomia, formazione e stabilità, non precarietà. Non si fa sicurezza con lavoratori a chiamata privi di tutele».
L’invio di agenti ausiliari all’interno di contesti complessi come gli istituti di pena o la gestione delle piazze rischierebbe di compromettere la capacità di prevenire i conflitti, sostituendo la professionalità di agenti di ruolo con ragazzi chiamati in servizio a termine e sottopagati.

