L’Europa guarda la crisi salire di livello ma continua a parlare sottovoce. Dopo l’attacco dei droni iraniani a Cipro e il nuovo fronte aperto dalla guerra di Trump in Medio Oriente, a Bruxelles domina la confusione. I leader europei si muovono, si consultano, ma la sensazione è che l’Unione resti ai margini di una partita che si decide altrove.
Il vertice tra Keir Starmer, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni ha prodotto una formula che suona bene ma dice poco: “coordinamento diplomatico e militare”. Parole che cercano di tenere insieme la paura di un’escalation, il rischio terrorismo e lo spettro di una nuova crisi energetica.
Il problema è che l’Europa, anche in questo caso, sembra rincorrere gli eventi. La guerra si muove veloce, mentre l’Unione fatica a trovare una voce unica. Sui principali leader europei pesano più gli interessi elettorali nazionali che il timore di un conflitto capace di allargarsi su scala continentale.
Vale anche per Meloni. La prima mossa della premier, in sintonia con Trump, è stata rafforzare la presenza militare nei Paesi arabi alleati. Una scelta presentata come misura di protezione per i molti italiani che vivono nell’area.
Ma lo sguardo della presidente del Consiglio resta puntato anche sulla politica interna: l’appuntamento parlamentare del 18 marzo, il referendum sui giudici del 22 e il malcontento per carburanti e bollette. L’attacco a Teheran e la decapitazione della Guida Suprema del regime degli Ayatollah, insieme a parte del vertice iraniano, hanno scatenato uno choc petrolifero che rischia di arrivare dritto nelle tasche degli europei.
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