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domenica 19 Aprile, 2026
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Sebastiano Caputo

Intervista a Sebastiano Caputo, reporter di guerra in Iran

La posizione di Trump, gli obiettivi poco chiari sull’Iran e un’Europa divisa

Da Maria Vittoria Ciocci
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Sebastiano Caputo ha viaggiato come reporter di guerra in Medio Oriente, Russia, Ucraina, Pakistan, Afghanistan, Tunisia e Marocco ed Etiopia. Oltre a essere fondatore e AD del Gruppo Editoriale MAGOG, scrive per Il Giornale e dirige Dissipatio – Una cellula mediatica.

Il 27 marzo tornerà in libreria con Daua, il suo primo romanzo edito da Paesi.

Sebastiano Caputo, ci aiuti a capire perché Trump ha attaccato l’Iran?

“A giudicare dalle dichiarazioni del suo ‘cerchio magico’, sembra che neanche loro sanno dove vogliono andare a parare. La mia idea, oltre a voler evitare l’implosione del mondo MAGA, è che gli Usa combattono una guerra strategica con la Cina. Io sono stato tra i primi a ricordare l’agenda presidenziale di Trump, il quale tra fine marzo e inizio aprile dovrebbe essere proprio a Pechino per incontrare Xi Jinping. E secondo me questo intervento militare rientra nel principio della guerra tattica utile, ad arrivare a Pechino con una posizione negoziale di forza. Dal momento che in Venezuela l’operazione di fatto è stata un successo, per quanto non ci sia stato un cambio di regime”.

A proposito di cambio di regime, pensi che sia possibile?

“È molto complicato. La Repubblica Islamica dell’Iran è un Stato-nazione sotto tutti i punti di vista. Dal punto di vista storico, come verticalità della sua catena di comando e anche per la forte identità popolare. Inoltre, occorre fare attenzione a cosa si vuole, perché il passaggio da una teocrazia islamica a una repubblica laica rischia di passare per una repubblica militare. Dopo gli ayatollah ci sono i pasdaran. Per un vero e proprio regime change è necessario un consenso dal basso oltre che un appoggio esterno. In questo caso, c’è una coalizione di Stati che vuole vedere la caduta della Repubblica Islamica, ma non c’è sul campo qualcuno che possa prendere il potere. Staremo a vedere”.

L’Europa è stata molto veloce nella condanna della Russia e dell’Iran, ma ha fatto fatica a dissociarsi dalla strage a Gaza da parte di Israele. Perché?

“La questione è un po’ sottile. L’Europa, non avendo una politica estera comune, a parte dei rappresentanti che sono delle comparse e non dei protagonisti, fa sì che le posizioni che prende siano posizioni di maniera, che seguono una corrente. La corrente è chiaramente quella che si inserisce all’interno di un caposaldo, ossia l’alleanza euroatlantica. Queste decisioni di comodo sono figlie di un immobilismo e dell’incapacità di incidere nelle relazioni internazionali. E quando segui la corrente prendi decisioni che magari nemmeno ti appartengono”.

Tornando all’Iran, secondo te quanto può durare questa guerra?

“Le guerre vere, quelle dove si mettono in campo tutte le dimensioni, quindi cielo, ombra, mare, terra e sottosuolo sono guerre molto lunghe, perché tutte le superfici si sovrappongono. In questo momento il campo di battaglia è quello del cielo (missili) da una parte e delle ombre dall’altra (spie). La guerra, quindi non dovrebbe durare all’infinito se dovesse continuare così. A meno che anche le altre dimensioni, in particolare quella terrestre, dovessero subentrare. È però interesse dell’Iran che questa guerra continui, perché l’Iran gioca in difesa. In attacco hai delle perdite, in questo caso non sono umane, ma di mole di rifornimenti che Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo hanno. L’ America è impegnata a tutte le latitudini. È un impegno molto importante. Per Trump sarebbero sufficienti 4-5 settimane per arrivare a Pechino in una posizione negoziale forte. Poi se veramente ci fosse un’invasione via terra sarebbe tutta un’altra puntata”.

In sostanza quindi possiamo dire che a Trump è convenuto attaccare l’Iran?

“A Trump conviene se questa guerra non dura più di quelle 4-5 settimane, perché a quel punto potrebbe diventare un inferno. È una guerra che non gli appartiene davvero, se non per motivi ‘ideologici’. Ma questa amministrazione, se rimane fedele a sé stessa, ci ha abituati che l’ipocrisia non la rappresenta. Inoltre, Trump sarà molto attento ai sondaggi, soprattutto in vista dell’incontro in Cina e delle elezioni di midterm. Gli Stati Uniti, a differenza dell’Iran che non dipende dall’opinione pubblica, non possono non considerare la risposta degli elettori”.

 

A cura di Maria Vittoria Ciocci

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