L’Unione europea approva nuove sanzioni contro l’Iran mentre la guerra iniziata dagli Stati Uniti e Israele colpisce il Paese. Un passaggio che riapre una domanda semplice: che fine ha fatto la regola dell’aggressore e dell’aggredito che l’Europa aveva difeso con forza all’inizio della guerra in Ucraina.
Ad annunciare la decisione è l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas. Gli ambasciatori dei Paesi membri hanno dato il via libera a nuove misure contro 19 funzionari ed entità del regime iraniano accusati di gravi violazioni dei diritti umani.
“L’Ue continua a chiedere conto all’Iran”, ha scritto Kallas sui social. Bruxelles punta il dito contro la repressione interna e manda un messaggio a Teheran: il futuro del Paese non può nascere dalla repressione. Il punto, però, è il contesto. Le sanzioni arrivano mentre l’Iran è nel mezzo di un conflitto e subisce attacchi militari.
Il paradosso è evidente. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa aveva costruito tutta la propria linea su un principio: distinguere tra aggressore e aggredito. Da quella distinzione sono nate sanzioni, aiuti militari e prese di posizione nette. Oggi quel principio sembra molto più elastico. L’Iran resta nel mirino politico anche mentre il Paese è sotto attacco.
Nessuno mette in discussione le responsabilità del regime iraniano sulle libertà civili. Le denunce sui diritti umani esistono da anni. Ma la domanda resta sul tavolo: la regola vale per tutti o cambia a seconda dello scenario?
Perché quando i criteri mutano così in fretta, il messaggio che arriva fuori dall’Europa è semplice. Le regole non sono davvero universali. Sono strumenti politici. E si applicano quando conviene.
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