Israele ha ritirato tutte le accuse contro cinque soldati accusati di aver torturato un detenuto palestinese nel carcere militare di Sde Teiman. Situato nel deserto del Negev, il carcere è tristemente noto per le centinaia di palestinesi, anche minorenni, spesso detenuti senza alcun capo d’accusa, torturati e morti in circostanze sospette.
La decisione è stata annunciata questa settimana, a quasi due anni dai fatti e più di un anno dopo le dimissioni e l’arresto della maggiore generale dell’Idf Yifat Tomer-Yerushalmi, colpevole del rilascio del video delle torture.
I fatti
La brutale aggressione, avvenuta il 5 luglio 2024, portò al ricovero del detenuto. Secondo l’accusa, i soldati hanno “agito con estrema violenza”, risultante nella rottura delle costole, nella perforazione di un polmone e in “una lacerazione interna del retto” provocata dalla penetrazione con un oggetto appuntito. Un medico della struttura, il professor Yoel Donchin, dichiarò al quotidiano israeliano Haaretz di essere rimasto così scioccato dalle condizioni dell’uomo da pensare inizialmente che fosse opera di un gruppo armato rivale.
Il leak del video
A rendere pubblico l’episodio era stato un video delle telecamere di sorveglianza della struttura, trasmesso nell’agosto 2024 dalla tv israeliana Channel 12. Le immagini mostravano il gruppo di guardie spingere il detenuto contro un muro e poi coprirlo alla vista con gli scudi antisommossa.
Successivamente emerse che la diffusione del filmato era stata autorizzata dall’allora procuratrice militare generale, la maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi, che fu costretta a dimettersi e venne poi arrestata con accuse che includevano frode, abuso d’ufficio e ostruzione alla giustizia.
Nessuna conseguenza invece per i militari.
Netanyahu: “Combattenti eroici”
Il ritiro delle accuse è stato accolto con favore dal governo israeliano.
Benjamin Netanyahu ha salutato la chiusura del caso definendola la fine di una “calunnia del sangue”: “Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi combattenti eroici”, ha dichiarato.
Per le IDF, la decisione si basa su diversi fattori, tra cui la complessità delle prove, le “circostanze estremamente eccezionali e senza precedenti dovute alla condotta di alcuni alti funzionari del Corpo dei procuratori militari”, la difficoltà nel trasferire materiale investigativo dalla polizia e il fatto che il detenuto sia stato rilasciato e autorizzato a tornare a Gaza nell’ottobre successivo.
Le accuse di insabbiamento
Molto diversa la reazione delle organizzazioni per i diritti umani, che parlano invece di un nuovo insabbiamento.
L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha definito il sistema di detenzione del paese una “rete di campi di tortura”. Un’altra organizzazione israeliana, Yesh Din, ha rilevato che il 93,6% delle indagini su reati ideologicamente motivati commessi da israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania negli ultimi vent’anni si è concluso senza incriminazione.
Sul tema ha indagato anche l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, che in un rapporto pubblicato lo scorso gennaio ha rilevato che, su oltre 1.500 palestinesi uccisi tra il 2017 e settembre 2025, le autorità israeliane hanno aperto 112 indagini e ottenuto una sola condanna.
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