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domenica 19 Aprile, 2026
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La guerra in Medio Oriente riempie le casse di Putin

La Russia sta beneficiando dalla crisi energetica dovuta alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iran

Da Alessio Matta
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L’Europa insiste: le sanzioni sul petrolio russo devono restare. Washington invece apre una breccia. L’amministrazione di Donald Trump ha concesso una deroga di 30 giorni per l’acquisto di prodotti petroliferi russi già in transito, un allentamento che ha scatenato la protesta della Ue. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa parlano di scelta pericolosa: meno pressione su Mosca significa più soldi per la guerra in Ucraina. E i numeri, oggi, sembrano dare loro ragione.

Il petrolio sale, Mosca incassa
Con il Medio Oriente in fiamme e lo Stretto di Hormuz minacciato dalle mine iraniane, il prezzo del petrolio è salito di colpo. Un regalo inatteso per il Cremlino. Secondo i calcoli del Financial Times, Mosca incassa circa 150 milioni di dollari in più al giorno grazie all’aumento del valore del greggio.

Finora la Russia avrebbe già guadagnato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari extra solo dalle tasse sulle esportazioni di petrolio. Ma il conto può crescere ancora. Se il prezzo del greggio Urals resterà tra i 70 e gli 80 dollari al barile fino alla fine del mese, il Cremlino potrebbe incassare tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari aggiuntivi entro marzo.

La crisi riapre i mercati asiatici
È un ribaltamento rispetto ai mesi scorsi. Prima dell’escalation contro l’Iran, Putin doveva fare i conti con il calo dei prezzi e con le pressioni americane sull’India per ridurre gli acquisti. Le esportazioni russe di prodotti petroliferi erano scese dell’11,4% a febbraio, a 6,6 milioni di barili al giorno: il livello più basso dall’invasione dell’Ucraina nel 2022.

La crisi in Medio Oriente ha cambiato lo scenario. Con le rotte del Golfo sotto pressione, molti paesi cercano forniture alternative. India e Cina hanno aumentato gli acquisti di petrolio russo del 22% nella settimana successiva agli attacchi contro l’Iran rispetto alla media di febbraio.

Prezzi più alti, più tasse per il Cremlino
Per Mosca è una doppia occasione. Da un lato i prezzi più alti gonfiano gli incassi. Dall’altro cresce la domanda di greggio russo. Il petrolio della Federazione viene scambiato tra 20 e 30 dollari in più rispetto alla media dei tre mesi precedenti.

In India, secondo i dati dell’istituto Kpler, il greggio russo viene venduto addirittura a circa cinque dollari sopra il Brent, cancellando gli sconti che avevano caratterizzato gli ultimi anni. L’effetto sui conti pubblici è diretto: ogni aumento di 10 dollari nel prezzo medio del barile genera circa 2,8 miliardi di dollari in più per gli esportatori russi, di cui 1,63 miliardi finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse.

Il vantaggio strategico
Se il conflitto dovesse durare, il vantaggio potrebbe crescere. La Russia produce oggi circa 300mila barili al giorno sotto la quota stabilita dall’Opec+. In teoria avrebbe margine per aumentare l’offerta e occupare parte dello spazio lasciato libero dai paesi del Golfo.

Per diversi analisti il quadro è chiaro. La guerra in Medio Oriente non ha solo aperto un nuovo fronte geopolitico. Ha anche creato un vincitore inatteso: la Russia. Mentre Europa e Stati Uniti discutono sulle sanzioni, il Cremlino vede salire il prezzo del petrolio, aumentare gli acquirenti e riempirsi le casse. Una combinazione che, per Putin, vale miliardi.

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