Il mondo si muove veloce, tra crisi energetiche e tensioni militari, ma la politica italiana resta impantanata nelle polemiche di giornata. Per Carlo Calenda il problema è tutto qui: mentre lo scenario internazionale si complica, a Roma si litiga su dettagli che rischiano di far perdere il quadro generale. «Sta crollando il mondo e noi discutiamo come all’asilo su chi deve chiamare per primo», osserva il leader di Azione nell’intervista pubblicata da Il Messaggero.
Il riferimento è allo scontro tra governo e opposizioni sul confronto istituzionale dopo l’escalation in Medio Oriente. La premier Giorgia Meloni ha contattato i leader dell’opposizione per aggiornarli sulla situazione. Un gesto che Calenda valuta in modo positivo: «È un segnale di normalizzazione della politica». Nei momenti di crisi internazionale, sostiene, il dialogo tra maggioranza e opposizione non è una concessione ma una prassi delle democrazie mature.
Per questo il leader di Azione non nasconde lo stupore davanti al rifiuto di parte delle opposizioni di partecipare al confronto. «Dire no al tavolo è folle. È un autogol clamoroso», dice. In una fase segnata da tensioni globali, con il Medio Oriente che torna al centro dello scontro geopolitico e con il rischio di nuove turbolenze economiche, la politica dovrebbe cercare unità sui dossier strategici.
Calenda allarga lo sguardo oltre i confini italiani. Ricorda la minaccia di nuovi dazi contro l’Europa avanzata da Donald Trump e la situazione nello Stretto di Hormuz, uno snodo decisivo per il commercio mondiale di petrolio. In questo contesto, insiste, l’Italia non può permettersi un dibattito politico ridotto a schermaglie interne.
Le critiche del leader di Azione si concentrano anche sul campo largo del centrosinistra. Secondo lui il problema nasce dal peso politico del Movimento 5 Stelle. «Il guaio è che tutto il centrosinistra va dietro a Conte e diventa una gara a chi è più estremista», sostiene, riferendosi all’ex premier Giuseppe Conte.
Nel mirino finisce anche il clima che si respira in Parlamento. La discussione sulle crisi internazionali, racconta Calenda, era partita con toni pacati. Poi il confronto si è trasformato in uno scontro acceso. A far discutere sono stati anche i cappellini rossi esibiti da alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle con la scritta “no alla guerra”. Un gesto che il leader di Azione liquida con sarcasmo: «Possono pure indossare la pochette, ma restano populisti che dicono idiozie».
Anche sul referendum sulla giustizia il leader di Azione invita ad abbassare i toni. La campagna referendaria, sostiene, rischia di finire nella solita contrapposizione tra buoni e cattivi. «Diamoci una calmata e proviamo a discutere nel merito delle questioni».
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