La Presidente del Consiglio, nel tentativo di recuperare la credibilità politica, fa rotolare qualche testa. Eppure, prima della sconfitta al referendum, non aveva fatto una piega. Facciamo un passo indietro.
Delmastro “resta al suo posto”
Nel 2023 l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove viene rinviato a giudizio per rivelazione di segreto d’ufficio, nel merito della condivisione di informazioni riservate del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP). Documenti che riguardavano i colloqui tra Alfredo Cospito – anarchico condannato al 41-bis – e alcuni detenuti mafiosi, citati in Parlamento da Giovanni Donzelli (FdI).
Il 20 febbraio 2025 arriva la condanna in primo grado: 8 mesi di carcere e un anno di interdizione dai pubblici uffici. Ergo, non avrebbe potuto ricoprire incarichi pubblici. Ma è fortunato: entrambe le sentenze prevedono la pena sospesa. E dalla premier Meloni arriva piena solidarietà: “Non c’è alcun problema, sono informazioni che non erano coperte da segreto”.
Neppure sul caso Caroccia, tuttavia, Meloni si è espressa più di tanto. Eppure, per un sottosegretario alla Giustizia, fare affari con un prestanome del clan Senese non è proprio quello che l’articolo 4 della Costituzione definisce “disciplina e onore”. La leader di Fratelli d’Italia, che ha iniziato la sua carriera politica perché colpita dalla strage di Capaci, ha commentato: “Forse avrebbe dovuto essere più accorto, ma resta al suo posto”.
Giusi Bartolozzi e le sue versioni “mendaci”
Come dimenticare poi Giusi Bartolozzi, ex capa di gabinetto del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. In questo caso, la questione è più delicata e vede protagonista il torturatore libico Almasri. Il 18 gennaio 2025 la Corte penale internazionale (CPI) emette un mandato d’arresto nei confronti del controverso generale, che pochi giorni dopo viene riaccompagnato in Libia a bordo di un volo di Stato. Il 9 settembre la Procura di Roma iscrive Bartolozzi nel registro degli indagati per false dichiarazioni al pubblico ministero.
Le si contesta, infatti, di aver fornito versioni ritenute “mendaci” sulle comunicazioni tra il Ministero della Giustizia e la magistratura riguardo la scarcerazione di Almastri. E peraltro il 26 febbraio 2026, quindi meno di un mese fa, la Procura chiude le indagini, aprendo concretamente la strada a un possibile rinvio a giudizio. Del resto, per Bartolozzi, la magistratura è un “plotone d’esecuzione”. Mai avrebbe pensato di essere – per così dire – “decapitata” proprio dalla premier. All’epoca fu il Guardasigilli a difenderla: “Non deve dimettersi”.
Santanché e il nodo Visibilia
Passiamo poi alla Ministra del Turismo Daniela Santanché. Falso in bilancio in relazione alla società Visibilia e presunta truffa allo Stato per aver chiesto la cassa integrazione per i suoi dipendenti, che però hanno continuato a lavorare durante il Covid. Per il primo caso, nel 2024, viene rinviata a giudizio dal Tribunale di Milano. “Non credo che un semplice rinvio a giudizio sia, di per sé, motivo di dimissioni” – aveva commentato Giorgia Meloni – “Ritengo che la ministra Santanché stia svolgendo un ottimo lavoro”.
Meloni come Ponzio Pilato
Grande leader, garantista e leale. Poi, il 23 marzo, gli italiani hanno votato e Giorgia Meloni ha perso di oltre otto punti percentuali. Un affronto che, evidentemente, non ha perdonato. Ed ecco che da avvocato difensore – per rimanere in tema – si è trasformata in giudice severa. Delmastro e Bartolozzi escono di scena. Manca però Daniela Santanché, che rifiuta di mollare il timone del Ministero del Turismo. Un’ostinazione spudorata che costringe Meloni a diffondere una nota, dove la si invita a fare la stessa scelta dell’ex sottosegretario alla Giustizia e della capo di gabinetto di Nordio.
E non si accontenta del primo rifiuto, ma fa pressioni affinché la proprietaria di Visibilia non abbia scelta, mettendo in mezzo anche l’amico storico della ministra, il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Insomma, la premier – il nostro capitano – non mette in discussione il suo operato, ma diventa intollerante verso le stesse persone che aveva difeso fino a pochi giorni prima. Incassa la sconfitta senza riconoscere la propria responsabilità e, come Ponzio Pilato, se ne lava le mani.
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