La Commissione europea frena sull’ipotesi di sospendere il Patto di stabilità. Bruxelles ritiene che al momento non ci siano le condizioni, nonostante le tensioni geopolitiche e l’impatto sui prezzi dell’energia. Una posizione che raffredda le aperture del governo italiano, che nelle ultime ore aveva evocato la possibilità di una deroga in caso di escalation.
“Non c’è una grave recessione”
A ribadirlo è stato il portavoce della Commissione Balazs Ujvari: per attivare la clausola generale di salvaguardia del Patto di stabilità serve una “grave recessione”, condizione che oggi “non è soddisfatta”. L’iniziativa, ha ricordato Ujvari, “spetta alla Commissione, che continua a monitorare la situazione. Se pensiamo che sia la misura giusta da adottare, allora la adottiamo. Ma in questo momento la posizione è questa. All’epoca del Covid, la situazione era probabilmente ancora più grave di quella attuale”.
In quel caso, la clausola di salvaguardia venne attivata già a marzo 2020, quando divenne chiaro che l’economia europea avrebbe subito un grave colpo a causa del lockdown. Il regolamento non prevede infatti che la recessione debba essere già accertata, ma anche soltanto prevista.
La clausola generale e quella nazionale
Nonostante le parole del portavoce UE, la sospensione del Patto di stabilità resta sul tavolo. Soprattutto perché, nonostante il già traballante cessate il fuoco, la crisi mediorientale non può certo dirsi superata.
Tra i paesi che potrebbero tornare a premere per la sospensione del Patto di stabilità c’è sicuramente l’Italia. La premier Giorgia Meloni ha già parlato della sospensione come opzione “non tabù”, una posizione condivisa dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Con una precisazione decisiva: l’Italia non ha chiesto né chiederebbe l’attivazione della clausola nazionale, che pure esiste dopo la riforma del 2023, bensì potrebbe insistere per l’attivazione della clausola generale, che riguarderebbe l’intera Unione anziché i singoli Paesi.
Il nodo dei mercati
Chiedere una deroga in solitudine significherebbe infatti esporsi al giudizio degli investitori, con il rischio di un aumento dei rendimenti sui titoli di Stato. Non è un dettaglio per un Paese ad alto debito, in cui nel 2011 il governo cadde proprio sotto la pressione dello spread, sarebbe a dire la differenza di rendimento tra titoli italiani e tedeschi. Allora il presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi, mentre Giorgia Meloni era ministra per la Gioventù.
Eppure, proprio la Germania è uno dei 17 paesi che hanno già utilizzato la clausola nazionale di salvaguardia: non lo ha fatto per tutelare famiglie e piccole imprese dalla recessione, ma per aumentare la spesa militare, per arruolare, per produrre e acquistare armamenti. I mercati, in quel caso, non hanno avuto nulla da obiettare.
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