Gli Emirati Arabi Uniti dal prossimo 1° maggio usciranno ufficialmente dall’OPEC. Dopo quasi 60 anni (erano entrati nel 1967), uno dei produttori più influenti al mondo si riprende la totale libertà di gestire le proprie riserve.
L’annuncio è arrivato quasi senza preavviso, anche se da anni Abu Dhabi lamentava che i vincoli dell’OPEC frenassero la propria capacità di espansione. Gli Emirati hanno investito miliardi per aumentare la capacità estrattiva e i limiti imposti venivano percepiti come un ostacolo alla crescita nazionale. Uscendo dall’organizzazione, il Paese potrà vendere il petrolio a propria discrezione.
Il peso della guerra
La tempistica non è casuale. Il Medio Oriente sta attraversando una tensione senza precedenti e la capacità di esportazione dei paesi del Golfo è quasi azzerata a causa della chiusura dello stretto di Hormuz.
Nelle ultime settimane, i bombardamenti iraniani hanno colpito diversi siti estrattivi strategici, la cui ricostruzione richiederà mesi. Per questo che gli Emirati si sono sentiti poco protetti dai vicini. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente Mohamed bin Zayed, ha rivolto critiche durissime agli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (come l’Arabia Saudita), accusandoli di una reazione troppo debole davanti all’aggressività di Teheran.
L’ombra di Donald Trump
L’uscita degli Emirati è un duro colpo per l’Arabia Saudita, che perde un alleato chiave e vede indebolita la propria leadership all’interno dell’OPEC.
Al contrario, la mossa potrebbe favorire la Casa Bianca, che ha spesso attaccato l’OPEC, accusandola di manipolare i prezzi per danneggiare l’economia occidentale. L’uscita degli Emirati potrebbe portare a una maggiore offerta di petrolio sul mercato, favorendo un calo dei prezzi che farebbero felici gli Stati Uniti.
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