domenica 31 Maggio 2026
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Non manca chi cura: manca uno Stato capace di trattenere i medici

Tra stipendi non competitivi, violenze e riforme spot, oltre il 29% dei medici italiani lavora fuori dal SSN. I fondi del Pnrr sono stati usati dal governo per apire 1.715 nuove strutture, di cui solo 66 sono a regime. L’addio al numero chiuso a Medicina rischia di aumentare il divario tra dipendenti pubblici e privati

Da Laura Laurenzi
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Curarsi in Italia è di giorno in giorno più difficile. E non perché non vi siano specialisti o professionisti capaci di svolgere il loro mestiere, ma perché le istituzioni rendono la loro quotidianità sempre più complessa. Di fronte alle liste di attesa che si allungano di settimana in settimana, davanti a una popolazione che invecchia e sviluppa patologie croniche, sembra facile scaricare la colpa sulla mancanza di medici e sulla vulnerabilità del sistema di formazione universitario. In questo modo, il Governo non deve interrogarsi sulle problematiche strutturali e sull’inevitabile peggioramento di un settore sempre meno privilegiato e sempre più sotto pressione.

Dall’esecutivo Meloni continuano ad arrivare solo misure spot, frammentate, che non sono dotate di una visione a lungo termine della crisi del settore.

Il Pnrr sprecato

Lo scorso 31 marzo, la Fondazione Gimbe ha pubblicato un report che smentisce la propaganda del Governo, sottolineando come le Case della Comunità previste dal Piano siano del tutto bloccate. Solo 66 su 1.715 sono a regime, mentre nessuno degli Ospedali di comunità ha i servizi attivi. Una situazione confermata dall’allarme lanciato da Unimpresa, che ha evidenziato come a Bergamo una Casa di Comunità non abbia potuto erogare il Servizio di Continuità Assistenziale proprio per l’assenza di professionisti. In Lombardia, su 89 case di comunità solo 19 avevano il pediatra di libera scelta. Strutture sostanzialmente inutili se non allineate a maxi assunzioni.

Eppure, in Italia sono numerosi i medici che, non trovando attrattivo il settore pubblico, sono impiegati da anni in quello privato. Proprio qui si gioca la grande contraddizione del nostro Paese. L’ultima rilevazione OCSE ha confermato che in Italia nel 2023 erano presenti 315.720 medici, ovvero 5,4 medici ogni 1000 abitanti. Si tratta di un valore superiore sia alla media OCSE che a quella dei Paesi europei, che scende a 4,1 medici ogni 1000 abitanti. Anche i laureati in Medicina e Chirurgia in quell’anno sono stati 16,6 per 100mila abitanti, al di poco sopra alla media europea.

In Italia 90mila medici non lavorano nel pubblico

Insomma, i medici non mancano. Il problema è l’ambito in cui sono impiegati. Secondo il Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2023 i medici dipendenti del SSN erano solo 109.024, ovvero 1,85 per 1000 abitanti, i medici convenzionati erano 57.880 e i medici iscritti alle scuole di specializzazioni erano 50.677. Di questi, solo 6mila erano iscritti a un Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale.

L’OCSE ha quindi confermato che il 29,4% del totale, pari a 93mila medici, non lavorano del SSN come dipendenti o convenzionati, né sono iscritti a percorsi formativi post laurea. La causa è la poca attrattività di questi settori, economicamente non competitivi e spesso macchiati dalla morsa della violenza contro medici, infermieri e operatori sanitari. Inoltre, essendo i dati riferiti al 2023, si stima che la situazione potrebbe essere peggiorata, visti i pensionamenti anticipati e i licenziamenti volontari in aumento.

Il flop della riforma Bernini

Di conseguenza, la riforma dell’accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia voluta dal Governo Meloni dimostra come le istituzioni non abbiano compreso quale sia la reale origine del problema. Secondo Agenas, tra il 2026 e il 2038 andranno in pensione 39mila medici dipendenti, mentre tra 10 anni entreranno nel settore coloro che oggi sono iscritti alla facoltà di medicina.

Decine di migliaia di medici per cui rischiano di non essere disponibili posti di lavoro. L’accesso libero a medicina, quindi, rischia di peggiorare la situazione invece che migliorarla. “La riforma Bernini ha alimentato l’illusione che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del SSN. I dati raccontano invece una realtà ben diversa”, ha spiegato il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta.

A mancare sono i medici di medicina generale

La reale carenza in Italia riguarda i medici di medicina generale. La Fondazione Gimbe a marzo 2026 ne conta 5.700 in meno rispetto al reale fabbisogno del Paese. Una riduzione che si colloca in un Paese in cui la fascia anziana e fragile aumenta a velocità impressionanti. L’Accordo collettivo nazionale fissa a 1500 i pazienti che un singolo medico di medicina generale può seguire. Un numero che arriva fino a 1800 in situazioni particolari. Numeri impressionanti che dimostrano come possa essere complesso per un cittadino vedersi assegnato un medico vicino casa o prenotare un appuntamento in tempi brevi. Così, spesso il pronto soccorso diventa la scelta privilegiata dai pazienti che non possono permettersi di curarsi privatamente.

Il rovescio della medaglia vede le fasce economicamente più deboli della popolazione relegate a un SSN abbandonato, in cui si agisce con misure tampone e populiste, senza riconoscere il vero problema: i medici italiani sono più che sufficienti, ma non sono più disponibili a lavorare in un settore pubblico che non li valorizza.

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