A gennaio 2026, Giorgia Meloni rilanciava la candidatura di Donald Trump al Premio Nobel per la Pace e rivendicava un ruolo di ponte tra il tycoon e l’Europa. La situazione è cambiata nel volgere di poche settimane, trasformando l’idillio in uno scontro dialettico senza precedenti nella storia dei rapporti tra i due paesi.
Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, secondo Repubblica, una parte dell’amministrazione americana vorrebbe ricucire con Roma. Ma l’ala Maga considera ormai chiuso il rapporto con la premier italiana.
L’idillio
L’idillio era cominciato prima ancora del ritorno di Trump alla Casa Bianca. Dopo il colloquio all’Eliseo, l’8 dicembre 2024, il presidente eletto definì Meloni «piena di energia» e «fantastica». Il 4 gennaio 2025 la premier volò in Florida, a Mar-a-Lago, mentre era ancora aperto il caso di Cecilia Sala in Iran.
Due settimane dopo, Meloni fu l’unica leader di governo europea presente a Capitol Hill per l’insediamento di Trump. Il 17 aprile arrivò poi la visita alla Casa Bianca, con l’idea italiana di diventare il ponte tra il presidente americano e l’Europa. Sullo sfondo c‘era già la minaccia dei dazi, ma il rapporto personale era ancora solido.
Le prime crepe
Dopo il funerale di Papa Francesco, il 26 aprile, Meloni definì Trump un leader «coraggioso, schietto, determinato». Al G7 in Canada i due parlarono a lungo da soli, su una panchina del resort di Kananaskis. E a gennaio di quest’anno, nonostante le tensioni crescenti per la Groenlandia, la presidente del Consiglio ha rilanciato la candidatura di Trump al Nobel per la pace.
Nel frattempo, però, si registravano già le prime fratture. Le posizioni sull’Ucraina non coincidevano sempre. E soprattutto l’Italia non ha seguito Trump sull’Iran. Quando poi Meloni ha giudicato «inaccettabili» anche gli attacchi di Trump a Papa Leone XIV, il presidente ha reagito: «Pensavo fosse diversa, non è più la stessa persona».
Il tracollo dopo il vertice di Evian
Al G7 di Evian, tra il 15 e il 17 giugno, Palazzo Chigi ha creduto nella possibilità di ricucire. Le immagini di Trump e Meloni vicini alimentarono l’idea di un disgelo. Ma il 19 giugno tutto è crollato con la telefonata trasmessa da L’Aria che Tira, su La7.
Trump ha sostenuto che Meloni lo avesse «implorato» per fare una foto con lui: «Mi ha fatto pena». La premier si è detta «allibita» e ha parlato di dichiarazioni «totalmente inventate». Poi ha attaccato a sua volta: «Dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente».
La scelta del silenzio
Il giorno dopo Trump ha insistito su Truth, confermando quanto detto nell’intervista e accusando Meloni di voler tornare sua amica solo per recuperare consenso. La premier ha replicato secca: «La mia popolarità non è affar tuo. Ti suggerisco di concentrarti sulla tua». Poi ha annunciato di non voler più alimentare la polemica.
E infatti, dopo il meme di Trump su Truth, con la scritta «serve un ordine restrittivo», Meloni non ha risposto. All’Independence Day a Villa Taverna non si è presentata, ma ha mandato una delegazione di governo per tenere separato il rapporto personale con Trump dall’alleanza con gli Stati Uniti.
Le due anime dell’amministrazione Usa
Ora la partita si sposta ad Ankara. Secondo Repubblica, un alto funzionario dell’amministrazione Trump, molti a Washington spingono per ricucire il rapporto con Giorgia Meloni e col governo italiano. Una possibile carta sarebbe affidare all’Italia, assieme alla Turchia, un ruolo di primo piano nella gestione della situazione in Libia.
Ma nelle orecchie di Trump bisbiglia anche l’ala Maga. Non è un mistero che Steve Bannon non nutra una grande simpatia per Meloni.
E al vertice Nato in Turchia, dove avverrà il primo vis-à-vis dopo Evian, il presidente americano rilancerà la richiesta di portare la spesa militare al 5% del Pil. Il rapporto con Meloni, e forse con l’Italia, passa anche da lì.
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