Il cessate il fuoco tra Usa e Iran è fallito e dall’8 luglio le bombe hanno ripreso a cadere su Teheran. Con ogni esplosione le percentuali di sostegno del popolo americano al presidente Donald Trump calano clamorosamente, a causa della ripresa di una guerra impopolare e di cui non è possibile prevedere la conclusione. Il tutto a soli quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, ovvero il voto per il rinnovo dei seggi della Camera e di un terzo di quelli del Senato.
Pur non riguardando direttamente la Casa Bianca, queste consultazioni sono fondamentali: senza un numero adeguato di senatori e deputati repubblicani il governo perderebbe il controllo del Congresso e la possibilità di far approvare leggi e provvedimenti. Il tycoon sembra spacciato, anche in considerazione dei sondaggi che accompagnano questo suo secondo anno al potere.
I consensi in calo di Trump
Secondo il Financial Times, l’indice di approvazione del presidente è sceso al 36%. In vista delle elezioni di metà mandato, i Democratici guidano le intenzioni di voto per il Congresso con il 44% contro il 38% dei Repubblicani.
Una rilevazione pubblicata da Fox News a metà giugno certifica che il 58% degli elettori registrati ritiene che Trump abbia commesso un errore nell’attaccare l’Iran. Solo il 41%, invece, considera questa guerra corretta. Inoltre, per l’87% è fondamentale evitare un conflitto prolungato con la Repubblica islamica. Eppure, la guerra nel Golfo sembra assomigliare sempre di più a un conflitto di logoramento e in molti temono che possa trasformarsi in un nuovo Vietnam: una guerra decennale che si concluderà con la sconfitta degli Usa.
La guerra in Iran è diventata un pantano
Il memorandum di pace entrato in vigore lo scorso 17 giugno sembrava una veloce via di uscita per Donald Trump da un conflitto che non stava dando i risultati sperati. Innanzitutto, il regime iraniano non sembrava affatto scalfito dai bombardamenti, in più non cedeva alle minacce e continuava a rispondere agli attacchi statunitensi, rifiutandosi di consegnare l’uranio arricchito.
Di fronte ai consensi in calo e allo scontento di parte del partito repubblicano, Trump ha accettato un accordo che appare a tutti gli effetti una resa alle richieste di Teheran. Lo stesso stop alla produzione e all’acquisto di armi nucleari da parte della Repubblica islamica era stato rimandato a una seconda manche di colloqui, ovvero quelli che sono in pausa in questo momento per i funerali dell’Ayatollah Ali Khamenei. Le delegazioni al momento non sembrano aver ottenuto i risultati sperati e per ora Teheran mantiene il suo status quo, certificando il fallimento della guerra voluta da Trump.
Gli americani furiosi per il caro carburanti
Ciò che sembrava aver favorito Trump era proprio lo stop ai bombardamenti e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Negli Usa i prezzi dei carburanti avevano iniziato a calare, garantendo ai Repubblicani una speranza di ottenere i voti necessari per mantenere il controllo del Congresso Usa per gli ultimi due anni di governo. “Per gli elettori la cosa più importante è il carovita, e se i prezzi del gas e degli alimenti tornano a salire, questo sarà un problema”, ha infatti spiegato al Washington Post Sarah Chamberlain, presidente del Republica Main Street Partnership che sostiene i candidati repubblicani nei distretti a rischio.
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