La Lega afferma: «Giù le mani dalla Polizia». Non sarebbe la prima volta, però, che alcuni agenti abusano della loro autorità. Come per ogni reato, quindi, spetta ai giudici e alla magistratura, il cui parere si basa sulle indagini degli inquirenti, stabilire la colpevolezza o meno delle parti coinvolte. I casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Stefano Cucchi e Giovanni Uva, per ricordarne qualcuno, rammentano che bisogna muoversi con prudenza. Tutti e quattro hanno perso la vita mentre erano «nelle mani dello Stato».
Federico Aldrovandi
Federico ha 18 anni e sta tornando a piedi a casa dopo una serata in discoteca. Alle 6:04 del mattino viene fermato da una pattuglia della polizia, intervenuta in seguito alla segnalazione di un giovane «in forte stato di agitazione». Quattro agenti — Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri — lo immobilizzano a terra. La forte pressione esercitata sul torace e la violenza dell’intervento gli provocano un arresto cardio-respiratorio.
In un primo momento, le autorità attribuiscono il decesso all’assunzione di sostanze stupefacenti, nonostante l’autopsia non avesse rilevato livelli tossicologici compatibili con una morte per overdose. Nel 2006, dopo mesi di silenzio, la madre di Federico, Patrizia Moretti, rende pubbliche sul web le fotografie dell’autopsia, che mostrano un corpo segnato da 54 lesioni e tumefazioni. Quelle immagini contribuiscono a portare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Con la sentenza definitiva, la Corte di Cassazione stabilisce che le forze dell’ordine superarono ampiamente i limiti dell’uso legittimo della forza, condannando i quattro agenti per omicidio colposo con eccesso colposo nell’uso della forza.
Riccardo Magherini
Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, nel quartiere Borgo San Frediano di Firenze, Riccardo Magherini, ex calciatore di 39 anni, perde la vita durante un intervento dei Carabinieri. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, Magherini attraversa una grave crisi psicofisica provocata da un’intossicazione acuta da cocaina. In stato di forte agitazione, esce in strada convinto di essere inseguito e in pericolo di vita. Urla, chiede aiuto e, durante quei momenti di confusione, danneggia la vetrata di un locale.
Poco dopo intervengono i Carabinieri. L’uomo oppone resistenza e viene immobilizzato. Dopo essere stato ammanettato, resta per alcuni minuti a terra a pancia in giù. Durante il fermo perde conoscenza. I soccorritori tentano di rianimarlo e lo trasportano in ospedale, ma per lui non c’è più nulla da fare: muore a causa di un arresto cardio-respiratorio.
Nel 2018 la Corte di Cassazione annulla le condanne, emesse nei primi due gradi di giudizio, e assolve i carabinieri. I familiari si rivolgono alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2026 condanna lo Stato italiano. Per i giudici di Strasburgo, una volta ammanettato, Magherini non avrebbe dovuto essere mantenuto in posizione prona. La Corte evidenzia inoltre carenze nella formazione delle forze dell’ordine, ritenendo insufficiente la preparazione sui rischi legati all’asfissia posizionale. Con la decisione della Corte europea, diventata definitiva, l’Italia viene condannata a risarcire la famiglia Magherini per i danni morali subiti.
Stefano Cucchi
Il caso Stefano Cucchi rappresenta una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi anni in Italia. Il giovane geometra romano è stato arrestato il 15 ottobre 2009 per possesso di sostanze stupefacenti ed è morto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma. Le indagini e i successivi processi hanno accertato che Cucchi fu vittima di un violento pestaggio e che, nelle fasi iniziali dell’inchiesta, furono messi in atto tentativi di alterare la ricostruzione dei fatti. Dopo un lungo percorso giudiziario, alcuni carabinieri sono stati condannati per le violenze e altri per aver favorito il depistaggio. La vicenda ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, riaprendo il dibattito sul rispetto dei diritti dei detenuti, sulla responsabilità delle istituzioni e sulla necessità di garantire trasparenza e giustizia.
Giuseppe Uva
Giuseppe Uva è morto il 14 giugno 2008 all’ospedale di Varese, dopo essere stato fermato nella notte dai carabinieri e portato nella caserma di via Saffi, in seguito a una segnalazione per il disturbo della quiete pubblica. Dopo il trasferimento in pronto soccorso e il successivo decesso, la famiglia di Uva ha sostenuto per anni l’ipotesi che la morte fosse collegata a quanto avvenuto durante il fermo e in caserma. La Procura ha avviato così l’indagine, arrivando a contestare a due carabinieri e sei poliziotti le accuse di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.
Il procedimento giudiziario ha visto contrapporsi due tesi: quella dell’accusa, che ipotizzava un legame tra il trattamento subito da Uva e il decesso, e quella della difesa, secondo cui la morte sarebbe stata causata da un problema cardiaco aggravato dalle condizioni psicofisiche della vittima. Nel 2018 la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato l’assoluzione degli imputati e l’anno seguente la Corte di Cassazione ha reso definitive le assoluzioni, chiudendo il procedimento penale.
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