Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum sulla giustizia. Tra i temi più discussi c’è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, uno dei punti centrali della riforma. Su questo e sulle possibili conseguenze politiche del voto abbiamo parlato con Massimo Cacciari.
Professore, partiamo dal referendum sulla giustizia. In particolare sulla separazione delle carriere: qual è il vero obiettivo politico?
L’obiettivo è chiaro. Una parte della coalizione di governo, soprattutto in Forza Italia, ha sempre puntato a indebolire la magistratura e a portarla sotto il controllo della politica. Questo è il punto. Poi si può discutere dello strumento. La divisione delle carriere, di per sé, è una questione tecnica. Può funzionare oppure no. Non è lì il problema. Conta il disegno politico che sta dietro alla riforma, non il dettaglio.
Quindi la separazione delle carriere non è il nodo centrale?
No. Da sola non significa molto. È uno strumento. Può essere usato in modi diversi. Se il fine è quello di ridurre l’autonomia della magistratura, allora il problema è politico, non tecnico. È il senso che si dà alla riforma che fa la differenza.
Lei ha parlato di riforme peggiorative. In che senso?
Nel senso che complicano tutto. Invece di semplificare, aggiungono passaggi, creano nuovi organismi, allargano la macchina burocratica. È un difetto tipico del nostro Paese. Si moltiplicano enti e strutture come se non ne avessimo già abbastanza. E questo ha un costo enorme, senza portare benefici reali.
In un momento di crisi, con prezzi in aumento, pensa che gli italiani andranno a votare su un tema così complesso?
Non è solo un tema tecnico, e questo si capisce. Per questo credo che una parte degli elettori andrà a votare. Non mi aspetto numeri altissimi, ma una partecipazione intorno al 40-50 per cento è possibile.
Se vincesse il “No”, potrebbe avere effetti sul Governo?
No, nessun effetto. Pensarlo non ha senso. I problemi del Governo sono altri: l’economia, i rapporti con gli alleati, le tensioni internazionali. È lì che si gioca la partita. Questo referendum serve più che altro a spostare l’attenzione. È fumo negli occhi.
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