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Salario minimo subito. ANSA_Riccardo Antimiani

Confindustria apre al salario minimo: “Utile anche per rendere il lavoro più attrattivo”

Per Pierluigi Zamò, presidente degli industriali del Friuli Venezia Giulia, una retribuzione dignitosa aiuterebbe lavoratori e imprese. Le regioni si muovono, ma a livello nazionale la proposta delle opposizioni è stata boicottata dal governo Meloni

Da Sergio Di Laccio
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Il presidente di Confindustria Friuli Venezia Giulia, Pierluigi Zamò, ha aperto al salario minimo definendolo “una misura utile anche per rendere il lavoro più attrattivo”. Intervenendo alla conferenza programmatica del Pd regionale, Zamò ha spiegato che il tema riguarda anche la competitività della manifattura, oggi alle prese con una crescente carenza di manodopera. “Al 99% i contratti firmati dal sistema confindustriale già lo prevedono”, ha osservato, parlando di una misura che rappresenterebbe “una cosa giusta in più”. Secondo il presidente degli industriali del Fvg, garantire una retribuzione minima e condizioni di lavoro dignitose può contribuire al rilancio economico e aiutare le imprese a trovare personale qualificato.

Bonafoni (Pd): “Apertura fondamentale”

L’apertura è stata accolta positivamente dal Partito democratico. Marta Bonafoni, componente della segreteria nazionale del Pd, ha definito l’apertura di Zamò “fondamentale” e un punto di partenza per riaprire il dibattito anche al di fuori della cornice regionale friulana. Secondo Bonafoni, il confronto nasce dalla consapevolezza che “aumentando il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici e la qualità di quel lavoro, anche attraverso investimenti in formazione, tutele e diritti, cresce anche l’economia e la ricchezza di un territorio”. E ha proseguito: “In Italia 4 milioni di persone lavorano con un contratto legale in tasca ma non riescono a capire come vivere di quel lavoro”.

La proposta delle opposizioni

Il tema del salario minimo è al centro del confronto politico da anni. Battaglia storica del M5s, che depositò un disegno di legge in materia subito dopo il primo ingresso in Parlamento nel 2013, il tema ha gradualmente conquistato un consenso quasi unanime all’interno del centrosinistra. Nel luglio 2023 tutte le opposizioni, ad eccezione di Italia Viva, presentarono una proposta unitaria per introdurre una soglia legale di 9 euro l’ora. Il testo venne accolto positivamente dall’opinione pubblica, ma trovò un muro nella maggioranza di destra e nell’allora presidente nazionale di Confindustria Carlo Bonomi. Il governo Meloni non si dichiarò mai apertamente contrario, ma scelse di rallentare l’iter parlamentare, chiedendo approfondimenti e rinviando più volte la discussione.

Dalla bocciatura del Cnel alla legge delega

Nel pieno del dibattito, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni affidò al CNEL, presieduto da Renato Brunetta, il compito di elaborare un parere in merito, una scelta piuttosto irrituale su un tema tanto caldo. Il Cnel si espresse contro l’introduzione del salario minimo, asserendo che avrebbe potuto minare l’efficacia della contrattazione collettiva e abbassare i salari medi. Una bocciatura, va chiarito, che aveva poco di tecnico-scientifico e molto di politico.
Da quel momento la proposta delle opposizioni venne progressivamente svuotata. Il Parlamento ha approvato infine una legge delega che non contiene più alcun riferimento a una soglia minima, limitandosi a indicare obiettivi generici contro il lavoro sottopagato.

Le iniziative locali

Mentre il confronto nazionale resta in stallo, diverse regioni e città hanno introdotto misure ispirate al salario minimo. In Sardegna è stata fissata una soglia di 9 euro lordi all’ora nei contratti legati agli appalti pubblici. In Puglia, Toscana e Lazio la medesima soglia di 9 euro l’ora non rappresenta un obbligo, ma un criterio premiale che, al momento delle assegnazioni degli appalti, favorisce le imprese che la rispettano. Anche alcune città, tra cui Firenze, Napoli e Livorno, hanno adottato regole simili.
L’obiettivo è spingere le aziende a garantire salari più equi almeno nei rapporti con la pubblica amministrazione, anticipando a livello locale una riforma che a livello nazionale sembra ancora lontana.

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