Il governo si muove su un filo sottile. Non c’è una crisi aperta, ma l’aria resta tesa. La premier Giorgia Meloni sa che il prossimo anno può diventare un terreno minato e per questo lavora a una soluzione interna, un cambio di pedine che tenga in piedi l’esecutivo fino alla fine della legislatura.
Come riportato in un retroscena del Corriere, l’idea che circola a Palazzo Chigi è quella di un «rimpasto chirurgico», una modifica mirata per sistemare gli equilibri senza aprire una stagione di voto anticipato. Meloni ha già iniziato a sondare gli alleati, perché senza un accordo politico il piano non può partire. E prima di ogni passo servirà anche il via libera del Quirinale.
Uno dei nodi riguarda il ministero del made in Italy: tra le ipotesi c’è lo spostamento di Adolfo Urso al Turismo, con l’arrivo di una figura nuova capace di ricucire i rapporti con il mondo delle imprese, logorati negli ultimi anni. Sul tavolo resta anche il nome dell’ex governatore del Veneto Luca Zaia, scelta pesante che darebbe forza alla Lega ma che incontra resistenze dentro Forza Italia, preoccupata per gli equilibri al Nord.
C’è poi la partita della Giustizia. La premier vuole trattenere il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, anche se dopo la sconfitta referendaria e le dimissioni della Capa di gabinetto, Giusi Bartolozzi, ha mostrato segni di stanchezza. L’idea è affiancargli un sottosegretario con esperienza diretta nelle aule di tribunale, magari un magistrato che ha sostenuto la riforma costituzionale.
Sul fondo resta la questione dei conti pubblici. Tutto si gioca su pochi decimali: se il deficit si fermerà poco sopra il 3 per cento, l’Italia potrà evitare nuove procedure europee e ottenere margini per una manovra più ampia. In caso contrario, il rischio è un autunno duro per il governo e per il Paese.
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