L’Australia voleva diventare il primo Paese al mondo a “spegnere” i social per i minori di 16 anni. A mesi dall’entrata in vigore della legge, però, il bilancio appare deludente: milioni di ragazzi continuano a usare TikTok, Instagram e Snapchat, mentre cyberbullismo e abusi online non sembrano diminuire. Quella che il governo aveva presentato come una svolta storica viene ora descritta da molti esperti come un esperimento fallito.
I numeri che smentiscono il governo
La legge australiana obbliga piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat, X, YouTube e Twitch a impedire agli under 16 di aprire un account, con multe fino a 25 milioni di sterline in caso di violazioni. Eppure, secondo i dati diffusi dalla commissaria per la sicurezza online Julie Inman Grant e riportati da The Times, oltre il 60% dei minori australiani continua comunque a usare i social. Un report della società KJR ha inoltre rilevato che nove piattaforme su dieci accettavano semplicemente l’età dichiarata dagli utenti senza verifiche reali.
I controlli aggirati
I ragazzi hanno trovato rapidamente modi per aggirare il divieto: account multipli, profili intestati ai genitori, VPN e false date di nascita. Le stesse piattaforme, in alcuni casi, avrebbero consentito agli utenti di ripetere i controlli dopo un primo fallimento. “Il ban sta funzionando esattamente come previsto: cioè non sta funzionando”, ha scritto su The Guardian Samantha Floreani, attivista australiana per i diritti digitali, accusando il governo di aver ignorato decine di studiosi ed esperti che avevano previsto il flop.
Cyberbullismo invariato
Uno degli obiettivi principali della norma era ridurre i danni psicologici legati all’uso dei social. Ma i dati raccolti dall’eSafety Office mostrano che non ci sono stati cambiamenti significativi nei casi di cyberbullismo o di abusi tramite diffusione di immagini intime. Secondo molti analisti, il problema è che il governo si è concentrato sull’età degli utenti senza intervenire sui modelli economici e sugli algoritmi delle piattaforme, accusate di incentivare dolosamente dipendenza, contenuti tossici e disinformazione.
I rischi per la privacy
Le critiche riguardano anche gli strumenti di verifica dell’età. Sistemi basati su documenti, riconoscimento facciale o stima biometrica vengono giudicati poco affidabili e potenzialmente pericolosi per la privacy. Nel suo articolo, Floreani ha ricordato anche il caso di Discord, dove decine di migliaia di documenti caricati per la verifica dell’età finirono esposti dopo un attacco informatico.
Per questo diversi osservatori sostengono che il divieto non solo sia inefficace, ma rischi addirittura di rendere internet meno sicuro per gli stessi minori che vorrebbe proteggere.
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