La riforma della legge elettorale voluta da Giorgia Meloni potrebbe non superare il vaglio della Corte costituzionale. Lo hanno decretato diversi giuristi ed esperti ascoltati il 27 luglio in Commissione Affari costituzionali. Il “Melonellum”, nonostante tutte le modifiche apportate in questi mesi, è un testo che non coincide con i dettami della Costituzione e che non può portare alla formazione di un governo.
Nel caso in cui la Presidente del Consiglio decidesse di procedere con le elezioni anticipate, senza che la Corte riuscisse ad esprimersi negativamente sul testo, c’è la possibilità che la Consulta dichiari illegittimo il nuovo Parlamento, lasciando l’Italia nel pieno di una crisi istituzionale mai vista prima.
Meloni si trova anche a fare i conti con lo scetticismo di alcuni esponenti del suo stesso partito. A creare tensioni è la battaglia intrapresa dalla Presidente del Consiglio per inserire nella riforma le preferenze con i capilista bloccati. La questione nasce dal fatto che gli attuali deputati e senatori eletti con le liste bloccate sarebbero in difficoltà rispetto ai candidati che nelle precedenti elezioni regionali e comunali hanno raccolto i consensi degli elettori.
I punti critici della legge elettorale
La strada della riforma si presenta quindi piena di ostacoli. Tornando alle riflessioni degli esperti, in commissione sono stati elencati tutti i punti critici della legge elettorale. Innanzitutto c’è il tema del listone bloccato nazionale del premio, l’attribuzione di quest’ultimo indipendentemente dal numero di elettori che parteciperanno al voto e dal distacco tra le due coalizioni.
Il punto che crea più dubbi riguarda l’indicazione del candidato premier. Se tale indicazione fosse vincolante, violerebbe l’articolo 92 della Costituzione in quanto non lascerebbe al Presidente della Repubblica la scelta. Se invece non lo fosse, allora sarebbe un vero e proprio inganno per gli elettori, come sottolineato dal professore di diritto costituzionale Nicola Grasso, secondo cui il Melonellum è solo un escamotage per portare il centrodestra alla vittoria. Durissima anche la considerazione del giurista Enrico Grosso, secondo cui “questa legge non è neanche promulgabile, è manifestamente incostituzionale”.
De Minico: “Con il Melonellum avremo un Parlamento sine causa”
Tra le riflessioni più critiche c’è quella della giurista Giovanna De Minico: “Questa legge non deve fare sonni tranquilli. Sicuramente se io fossi il governo non darei alla Corte il tempo di farmela sgretolare”. La professoressa di diritto costituzionale ha spiegato che in questo caso, a differenza del Porcellum, la Consulta potrebbe intervenire subito dopo la formazione del nuovo Parlamento, prima che vengano approvati provvedimenti e atti, e procedere ad annullarne gli effetti. In questo modo, l’Italia si troverebbe con un Parlamento sine causa, ovvero senza un valido fondamento giuridico di origine, e il Presidente della Repubblica si vedrebbe costretto a dare il via a una valutazione.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()





