«Lo stop al nucleare è stato un errore strategico». Con questa dichiarazione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen pone fine ad anni di retorica ecologista. Per un intero mandato, il Green Deal è stato raccontato come un futuro fatto solo di sole e vento, relegando l’atomo in un angolo senza fondi né tutele. Oggi, questa inversione di marcia evidenzia una contraddizione che non può più essere nascosta sotto il tappeto dei buoni propositi ambientali.
Il cambio di rotta non è una scelta casuale, ma una fuga in avanti dettata dal panico. La guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno innescato una crisi energetica senza precedenti, facendo saltare i fragili equilibri delle forniture mondiali. Con il gas del Medio Oriente interrotto e i prezzi fuori controllo, Bruxelles riscopre il nucleare come scudo per la propria sicurezza. Definire oggi un “errore strategico” la rinuncia ai reattori significa ammettere che la strategia verde degli ultimi anni è stata miope e incapace di reggere l’urto della storia.
Mentre l’Europa arranca nel buio, il quadro geopolitico si complica. Proprio ieri, Vladimir Putin ha proposto di aumentare le scorte di gas dalla Russia ai “partner di fiducia”, ovvero Ungheria e Slovacchia, lasciando intendere che Mosca è pronta a riaprire i rubinetti se le sanzioni cadessero. Eppure, l’Unione continua a ignorare il gas russo, fermo dall’inizio della guerra in Ucraina dal 2022, preferendo una giravolta sull’atomo piuttosto che ammettere il vicolo cieco in cui si è infilata.
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