Basta un provvedimento di scarcerazione a far saltare la fragile tregua tra il potere esecutivo e la magistratura, riaprendo una trincea istituzionale a pochi mesi dalla sconfitta del centrodestra al referendum sulla separazione delle carriere. A far detonare la rabbia di Palazzo Chigi è la decisione del Gip di Milano Tiziana Landoni, che ha respinto la convalida del fermo per Youssef Siher, il ricercatore trentenne accusato di gestire il canale Telegram “Movimento 17 ottobre”.
Dalla sua scrivania, mentre definisce le battute finali della conferenza stampa sulla manovra economica, Giorgia Meloni affida a un video dai toni durissimi un attacco frontale alle toghe. «Lo dirò senza mezzi termini: considero la decisione vergognosa», attacca la premier, elevando il caso a uno scontro di sistema. Secondo la capogruppo dell’esecutivo, la scelta del giudice rappresenta una «mortificazione insopportabile del lavoro di polizia, inquirenti e Viminale», aggiungendo un affondo che mette in discussione la funzione stessa della giurisprudenza: «Davvero non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura».
Lo scivolone sui verbi e la retromarcia in conferenza stampa
Dentro l’attacco di Palazzo Chigi s’infila però un clamoroso errore ricostruttivo. Nel suo video Meloni indica Siher come l’amministratore della pagina Telegram che «incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano». Un addebito che non figura nemmeno negli atti d’accusa della Procura, dato che il canale social è stato aperto il 18 ottobre, ossia il giorno successivo ai disordini e ai saccheggi nel capoluogo lombardo.
La differenza giuridica tra chi tenta di cavalcare una protesta già avvenuta e chi l’ha organizzata sul campo è abissale. Incalzata dai cronisti durante la conferenza stampa del pomeriggio a Palazzo Chigi, la premier si vede costretta ad ammettere la sbandata comunicativa: «Nel video ho sbagliato il tempo di un verbo. Il tempo che avrei dovuto usare era ‘delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni’. Invece ho detto ‘che hanno portato alle devastazioni’».
L’Anm insorge, la destra alza il tiro: “Paghi la giudice di tasca sua”
La replica della magistratura associata arriva immediata e senza sconti. La Giunta esecutiva centrale dell’Anm esprime piena solidarietà alla giudice Landoni, definendo le esternazioni della presidente del Consiglio come un «attacco scomposto» e denunciando una strategia di delegittimazione sistematica. «È un ormai consueto esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto», contestano le toghe, ricordando come le decisioni dei giudici vadano eventualmente impugnate nelle sedi opportune e non trasformate in gogna mediatica.
Tuttavia, il governo non fa alcun passo indietro. Se Meloni rivendica le proprie parole definendole «una difesa del lavoro delle forze dell’ordine», i due vicepremier alzano ulteriormente il livello dello scontro. Antonio Tajani sostiene che rimettere in libertà Siher equivalga a «mettere in pericolo la sicurezza del Paese», arrivando a sostituirsi ai giudici nel parlare di «reati comprovati» e di una sorta di «flagranza». Ancora più estremo Matteo Salvini, che chiama in causa direttamente il patrimonio personale del magistrato: «Se si verificheranno nuovi episodi di violenza nei prossimi cortei a Milano, pagherà di tasca sua il giudice?».
Dal Ministero della Giustizia, Carlo Nordio si dice «sorpreso» dalla decisione a fronte delle motivazioni presentate dal pm, escludendo per ora l’invio di ispezioni ma confermando le valutazioni interne, mentre i media d’area lanciano l’offensiva mediatica contro il profilo della giudice.

