Giorgia Meloni è giunta ieri in Parlamento dicendosi pronta a collaborare unitamente con le opposizioni, in considerazione della delicata situazione geopolitica attuale. La guerra in Iran sembrava aver aperto le porte per una collaborazione tra maggioranza e opposizione che, però, è durata ben poco.
“Penso che risolvere la questione del caro benzina con la proposta di 1000 euro con un click sarebbe stata sicuramente più seria di spendere miliardi per comprare senza gara mascherine farlocche da dei truffatori“, sono le parole scelte dalla premier per rispondere a Stefano Patuanelli (M5S) in sede di replica al Senato.
Dichiarazioni che hanno immediatamente scatenato la risposta durissima del leader del Movimento, Giuseppe Conte, che ha definito “un’infamia” quanto dichiarato dal capo del Governo. “Si tratta di un attacco proditorio e diffamatorio, che riguarda il commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, che è stato tre volte archiviato e mai rinviato a giudizio”, ha spiegato Conte.
Quest’ultimo è stato infatti non solo archiviato in istruttoria in due casi, ma anche prosciolto, prima di essere rinviato a giudizio, dal reato di abuso d’ufficio in un’inchiesta riguardante presunti illeciti nell’acquisto di 800 milioni di mascherine dalla Cina durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Un dettaglio che però non è stato citato dal premier.
Cosa è successo nel 2020 con le mascherine per il Covid 19
La stessa questione è sotto valutazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Sars-Cov-2, che punta a fare chiarezza sulla gestione della pandemia, ma che non include nelle sue indagini l’operato delle Regioni, né la cosiddetta seconda fase dell’emergenza, quella gestita dal Governo Draghi. Una lavoro che ad oggi, nel disinteresse generale, non ha sortito alcun effetto rilevante.
Una commissione in cui sono stati analizzati anche le accuse che ieri Meloni ha ribadito in Parlamento. Ad entrambe le critiche, possono addursi le risposte di un membro stesso del suo governo. Si tratta di Fabio Ciciliano, oggi ministro della Protezione Civile e all’epoca segretario del Comitato tecnico scientifico, che in audizione alla Commissione Covid ha ricordato i punti salienti della gestione della pandemia.
“Il 17 marzo 2020 vi è il decreto-legge n. 18, che nomina, tra le varie cose, anche il commissario straordinario ad hoc”, ha confermato Ciciliano, aggiungendo che all’epoca venne “decisa la possibilità di disporre e di autorizzare pagamenti anticipati all’intera fornitura. Unica scelta obbligata, altrimenti non si sarebbe potuto acquisire nulla se non attraverso i canali ordinari, che ovviamente ordinari non erano”.
La situazione era unica nel suo genere e necessitava di misure uniche. Il rischio era che con bandi e gare non si ottenesse un numero adeguato di mascherine rispetto a quello richiesto. Un esempio furono le gare Consip che non riuscirono minimamente a rispondere al fabbisogno giornaliero del Paese.
Per quanto riguarda, invece, le cosiddette “mascherine farlocche”, Ciciliano ha spiegato il procedimento per l’approvazione di questi strumenti. “Avevamo infatti una fortissima richiesta di dispositivi di protezione individuale e di mascherine chirurgiche”, ha ricordato, per poi chiarire il procedimento per l’approvazione delle mascherine.
“Il Comitato tecnico scientifico era usato come strumento di consulenza, insieme a gruppo di lavoro suddivisi tra dispositivi di protezione e con membri esperti al loro interno provenienti dal Ministero della Salute e dall’INAIL”, ha confermato Ciciliano, evidenziando che questi pareri venivano inviati al Cts e poi ad Arcuri. Il Cts valutava su base documentale l’efficacia dei dispostivi, “che potevano essere anche prive del marchio CE, e dall’articolo 15 del decreto-legge n. 18 del 2020”. E decideva se considerarle conformi o meno. Tutte le mascherine, che la premier definisce “farlocche”, furono regolarmente approvate dal CTS.
Il “farlocco”, quindi, sembra non esistere. E anche se dovessero esserci stati dei passaggi non trasparenti, non potrebbero essere direttamente addotti a Giuseppe Conte e Domenico Arcuri. Meloni, ancora una volta, attacca le opposizioni risalendo a questioni ormai lontane nel tempo e non veritiere, cercando di riscrivere la realtà dei fatti.
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