La Rai presenta i nuovi palinsesti e lancia «Italiana», un canale dedicato al «territorio» e al racconto del Made in Italy.
All’indomani dell’azzeramento della Vigilanza e nel mezzo di uno scontro sempre più duro sul controllo politico del servizio pubblico, l’ad Giampaolo Rossi respinge l’accusa di aver trasformato la Rai in «TeleMeloni». Ma la linea identitaria e filogovernativa emerge chiara dalle scelte editoriali.
Il nuovo canale «del territorio»
La novità più vistosa dei palinsesti è la nascita di un nuovo canale. Si chiamerà «Italiana», sarà collocato al numero 57 del digitale terrestre e dovrebbe iniziare le trasmissioni il primo ottobre. La Rai lo presenta come «il canale del territorio». L’obiettivo dichiarato è farne un «punto di riferimento sul racconto dell’Italia», capace di attivare «emozioni identitarie e personali».
La formula lessicale è rivelatrice: si insiste su identità, appartenenza, Made in Italy, comunità. È il vocabolario politico con cui la destra prova da anni a riscrivere il perimetro simbolico del servizio pubblico.
La Rai del Made in Italy
«Italiana» racconterà «storie come vetrine del Made in Italy, con una spiccata identità italiana». I programmi saranno organizzati in blocchi dai titoli già molto espliciti: «Ritorni, borghi, nuovi abitanti», «Sapori, storie, comunità», «Racconto del Bel paese».
Il rischio è che il servizio pubblico venga ridotto a una cartolina. Un racconto rassicurante, emotivo, turistico, compatibile con la retorica governativa. Una Rai che non disturba, non indaga, non interroga le fratture sociali del Paese, ma le ricompone al fine di trarne una narrazione decorativa e autoassolutoria.
Rossi respinge le accuse
Giampaolo Rossi nega ogni lettura politica. «TeleMeloni? Un’operazione di marketing priva di qualsiasi appiglio con la realtà. Lo sforzo della Rai è creare un’offerta plurale», ha detto l’amministratore delegato. Ma il problema non è solo il numero di voci presenti in palinsesto. È l’indirizzo generale dell’azienda, il suo immaginario, la scelta dei temi da mettere al centro e di quelli da marginalizzare, i linguaggi utilizzati. È qui che una certa declinazione di “identità nazionale” diventa la cornice dominante, all’interno della quale il presunto pluralismo perde, e ha già perso, gran parte della sua pluralità.
La frattura su Rai3
La tensione riguarda anche Rai3. Rossi ha difeso l’approdo di Antonino Monteleone in prima serata con Filorosso, nonostante i pessimi risultati del conduttore in termini di ascolti e i suoi recenti post social negazionisti e ironici sul genocidio palestinese.
Ma la frattura su Rai3 è più ampia. Il mancato passaggio in onda di un video dell’Usigrai, in cui si contestava lo smantellamento della rete e la perdita di pubblico verso La7, ha alimentato nuove accuse. Rossi ha sostenuto che «non erano contenuti sindacali». Roberto Natale, consigliere Rai, ha parlato invece di una decisione «grave» e coerente con la linea dell’ad contro quella che ha definito l’«anomalia» di Rai3.
«L’informazione non va a chili»
Rossi ha anche rivendicato l’aumento delle ore dedicate all’informazione, a suo dire passate da 400 a 700. Ma il Cdr dei programmi di approfondimento contesta il criterio utilizzato dall’Ad: «L’informazione non va a chili», è la risposta. Perché non basta moltiplicare le ore se il contenuto cambia natura.
Un servizio pubblico non si misura solo in quantità di talk, speciali e approfondimenti: si misura nella capacità di dare conto dei conflitti reali: lavoro, sanità, povertà, disuguaglianze, guerra, clima, disagio sociale. Quando il racconto pubblico si riempie di identità, borghi, vetrine, sicurezza e decoro, l’informazione abdica al suo ruolo principale e diventa propaganda. Sottile, magari, ma propaganda.
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