lunedì 15 Giugno 2026

Salvate Orban: Vance a Budapest prima delle elezioni

A pochi giorni dal voto del 12 aprile, il vicepresidente USA sbarca in Ungheria e si unisce a Mosca nel sostegno al Premier ungherese, insidiato nei sondaggi dall'opposizione di Peter Magyar

Da Silvia Forconi
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Il vicepresidente degli , JD Vance, è atteso oggi a Budapest per una missione diplomatica a supporto di Viktor Orbán. Nonostante il di Fidesz sia al potere da 16 anni, i sondaggi raccontano di un’opposizione europeista in netto vantaggio e un gran numero di indecisi che potrebbe ribaltare gli equilibri storici del Paese.

L’asse Washington-

Gli interessi tra Stati Uniti e in questa tornata elettorale sono sempre più convergenti. Per Washington, Orbán è fondamentale e soprattutto utile a mantenere l’Unione Europea divisa, nell’interesse americano, ma anche a spingere per una conclusione rapida del conflitto in , in linea con la visione di Trump. Vance, in particolare, vede nel ungherese un gemello ideologico nella battaglia contro le politiche green e l’immigrazione incontrollata (temi cari alla destra conservatrice americana) che secondo lui sarebbero imposte ai cittadini europei, senza volontà popolare.

L’endorsement 

La visita di Vance si concluderà con un discorso a supporto di Orbán, come segno di una possibile forte e duratura tra i due Paesi. L’endorsement ufficiale era già arrivato il mese scorso quando Trump, tramite un videomessaggio dallo Studio Ovale, aveva definito il primo ministro ungherese “un leader forte che ha mostrato al mondo intero cosa sia possibile quando si difendono i propri confini, la propria cultura, la propria eredità, la propria sovranità e i propri valori”.

Peter Magyar, leader del di centrodestra Tisza e principale sfidante del Premier, ha avvisato gli elettori. Dietro i sorrisi e le strette di mano a favore di telecamera con Vance, secondo Magyar, si nasconderebbero accordi militari segreti ancora avvolti nel mistero. «Sia l’aiuto che arriva da Est, sia quello che arriva da Ovest, hanno un prezzo». Una dichiarazione che getta ancora più ombra sul sostegno americano.

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