giovedì 13 Agosto 2026
Trump e Iran sullo Stretto di Hormuz

Trump prepara la stretta sull’Iran: Usa e Israele hanno attaccato un porto nello Stretto di Hormuz

Il Tycoon sta valutando una serie di incursioni e operazioni speciali di terra per garantire la ripresa dei commerci via mare e la stabilizzazione dei mercati

Di Laura Laurenzi
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Lo Stretto di Hormuz si conferma il centro nevralgico della guerra contro l’Iran. I statali di Teheran hanno riferito di un attacco combinato di Stati Uniti e Israele contro il molo di Bandar Khamir, una città portuale dell’Iran che dista circa 100 chilometri dallo Stretto che separa la penisola arabica dalle coste iraniane. Gli avrebbero provocato almeno cinque vittime e quattro feriti, oltre a danneggiare due imbarcazioni e un’automobile.

Gli stessi media, poco prima, avevano riportato forti esplosioni che erano state udite a Teheran e colonne di fumo nella zona nord-est della città. “Il nemico americano- ha compiuto un attacco criminale“, si legge sull’agenzia di stampa ufficiale dell’Irna.

La strategia di Trump in Iran

Le in non si affievoliscono. Secondo il Washington Post, il sarebbe pronto alla possibilità di operazioni di terra in Iran nel caso in cui il presidente americano, Donald Trump, decidesse per una escalation. Si starebbero valutando una di incursioni condotte da truppe speciali e truppe di fanteria. Il primo obiettivo sarebbe proprio la liberazione dello Stretto di Hormuz, affinché i commerci possano riprendere liberamente. In quel tratto di mare circola un quinto del e del gas naturale globali.

Nonostante queste riflessioni, Washington continua a sostenere che la guerra non si protrarrà a lungo. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha spiegato che le ostilità dovrebbero durare altre “due o quattro settimane”. La Bianca vorrebbe negoziare con Teheran al fine del conflitto, così da porre un freno alle oscillazioni dei mercati, ma allo stesso tempo rinforza la presenza di militari nella regione come deterrente a fronte dei continui attacchi iraniani contro basi militari nei Paesi del Golfo dove sono presenti soldati americani. Una strategia che tenta di tenere la situazione sotto controllo, anche in considerazione dell’imprevedibilità del degli Ayatollah.

Leggi anche: L’onda “No Kings” travolge gli Usa: otto milioni in piazza contro Trump

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