L’accordo tra Stati Uniti e Iran ferma la guerra, riapre lo Stretto di Hormuz e alleggerisce la pressione sui mercati energetici, ma non risolve le questioni che avevano innescato il conflitto. Il memorandum, che dovrebbe essere firmato venerdì in Svizzera, prolunga la tregua per 60 giorni e rinvia a un negoziato successivo il nodo più difficile: il futuro del programma nucleare iraniano.
Come sintetizza una fonte diplomatica citata da Enrico Franceschini su Repubblica, l’intesa «ferma il sangue, ma non rimargina la ferita».
Una tregua di 60 giorni
Washington e Teheran si impegnano a interrompere le operazioni militari e ad avviare due mesi di trattative sui punti ancora aperti.
Il cessate il fuoco dovrebbe estendersi anche al Libano, ma Israele non firmerebbe il memorandum e continua a rivendicare il diritto di agire nella regione; dal canto suo, Hezbollah si è detta pronta al cessate il fuoco purché lo Stato ebraico faccia lo stesso e non abbia libertà di movimento in Libano.
È proprio qui che emerge la principale fragilità dell’accordo. Trump non sembra in grado di ottenere garanzie dal governo israeliano, determinato a far saltare ogni tentativo negoziale e a trascinare gli Usa in una guerra senza esclusione di colpi.
La riapertura di Hormuz
Il risultato più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, rimasto quasi paralizzato dall’inizio della guerra. L’Iran dovrebbe rimuovere le mine e consentire nuovamente il passaggio delle navi commerciali, mentre gli Stati Uniti elimineranno il blocco navale sui porti iraniani.
Il testo parla di navigazione senza pedaggi, ma fonti iraniane sostengono che Teheran abbia ottenuto una clausola per introdurre forme di pagamento e condividere con l’Oman la gestione dello Stretto. L’annuncio ha già spinto il petrolio al ribasso, ma anche una volta riaperta la rotta servirà tempo perché tornino i traffici precedenti e diminuiscano i costi assicurativi.
Il nodo del nucleare
L’Iran ribadirà l’impegno a non produrre né acquisire armi atomiche, condizione ritenuta essenziale dagli Stati Uniti per arrivare alla firma. Resta però da decidere cosa fare delle sue scorte di uranio arricchito, comprese quelle vicine al livello necessario per costruire un ordigno. Le ipotesi vanno dalla diluizione dell’uranio direttamente in Iran, sotto la supervisione internazionale, al trasferimento all’estero.
Il memorandum fissa soltanto una cornice: la soluzione definitiva dovrà essere contenuta in un secondo accordo, che potrebbe però richiedere molto più dei sessanta giorni previsti.
Petrolio e sanzioni
Durante la tregua, Washington dovrebbe consentire all’Iran di riprendere le esportazioni di petrolio, garantendo a Teheran una prima boccata d’ossigeno economica e contribuendo a ridurre i prezzi internazionali dell’energia. L’allentamento più ampio delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati resteranno invece legati ai progressi sul nucleare e al rispetto dell’intesa.
Le versioni divergono anche sulle cifre e sui tempi: Teheran chiede l’accesso immediato a una parte dei miliardi bloccati all’estero, mentre Washington punta su tranche successive, forse limitate inizialmente all’acquisto di beni umanitari.
La stroncatura del Washington Post
I limiti dell’intesa sono evidenti. Il Washington Post, che da quando è stato acquistato da Jeff Bezos è piuttosto clemente con Trump, ha osservato che il presidente americano aveva promesso la «resa incondizionata» dell’Iran e persino un cambio di regime. Dopo oltre cento giorni di guerra, vorrebbe celebrare invece un accordo che consolida gli equilibri politici interni dell’Iran, conserva gran parte dell’arsenale iraniano, rinvia il dossier nucleare e riaprirebbe, chissà a quali condizioni, lo Stretto di Hormuz. Questo dopo migliaia di vittime e una crisi energetica globale.
È troppo presto per stabilire se l’accordo produrrà una pace duratura. Per ora interrompe la guerra, ma lascia quasi tutte le sue cause ancora sul tavolo.
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