La comunità iraniana nel mondo festeggia per la morte di Ali Khamenei. Non è lutto, è festa. È sollievo e soddisfazione.
Negli Stati Uniti le piazze si riempiono dopo l’annuncio della sua uccisione nei raid congiunti americani e israeliani. A Los Angeles sventolano bandiere, parte la musica, la gente balla. Un cappellino rosso dice “Make Iran Great Again”. Un cartello mostra il volto dell’ayatollah sbarrato: “eliminato”. Una donna bacia il ritratto di Trump. Qualcuno urla: “Non è guerra, è libertà”. In molti parlano di “salvataggio dell’Iran”. Lacrime, telefonate, videochiamate con Teheran. Famiglie divise che si cercano. Madri che piangono. Figli che sognano il ritorno a casa. A Los Angeles vivono oltre 200mila iraniano-americani, la più grande comunità della diaspora al mondo. Scene simili ad Atlanta e in altre città: piccoli cortei, cori, bandiere, gente che si abbraccia.
A “Tehrangeles”, il quartiere persiano di Westwood, la gioia si mescola alla paura del dopo. Ma la scena è chiara: strade piene, volti che si sciolgono, corpi che ballano, cellulari puntati verso l’Iran.
Non è la prima volta. A gennaio, con la morte di Maduro, la scena era identica: comunità in festa, esuli in strada, diaspora in piazza. Stessa gioia, stessi cori, stesso bisogno di trasformare una notizia in liberazione. Cambia il Paese, non cambia la reazione: quando cade un simbolo del potere, chi è fuggito non piange. Celebra.
Succede anche in Italia. A Roma, piazza San Giovanni si riempie di giovani iraniani e amici italiani. Cinquecento persone sotto la statua di San Francesco. Bandiere, slogan, balli. Sventola il leone dello Scià. “È finita”, gridano. Scene simili in altre città.
Per chi è scappato dall’Iran, questa non è solo una notizia. È una promessa. È una speranza. È un giorno che sembrava impossibile.
