giovedì 13 Agosto 2026
Alfonso Giordano ph press

Il geografo economico-politico Alfonso Giordano a La Sintesi: «L’immigrazione ha fatto registrare all’Italia un saldo positivo di 1,2 miliardi, ma è un investimento solo se l’integrazione è reale»

Alcuni settori sono fortemente dipendenti dalla manodopera straniera. Il professore sottolinea: «Il potenziale è inespresso. Inoltre, non c’è un'evidenza scientifica robusta di un nesso causale tra criminalità e immigrazione»

Di Maria Vittoria Ciocci
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L’attenzione converge da mesi sul tema dell’immigrazione, complice il dibattito alimentato dai partiti e dai movimenti di destra sul concetto di «remigrazione». Il fenomeno, quindi, viene ancora trattato in termini emergenziali. Un approccio che impedisce di coglierne il potenziale. Ne abbiamo parlato con Alfonso Giordano, professore associato di Geografia economico-politica presso l’Università Niccolò Cusano di Roma, di Demography, Human Rights and Migration presso l’Università Guido Carli e dirigente dell’unità di ricerca SPHERE – Space Policies, Humanities and Exogeographical Research Ecosystem del Center for International and Strategic Studies (CISS).

Professore, i dati recenti cosa dicono sugli sbarchi? Perché viene considerata un’emergenza?

«Gli sbarchi via hanno toccato il picco nel 2023 con circa 157.000 arrivi. Nel 2024 si sono ridotti a 66.617, con una sostanziale stabilizzazione nel 2025 a 66.296. Nel primo quadrimestre del 2026 gli arrivi sono stati 8.379 contro i 14.758 dello stesso periodo nel 2025 (−46,9%). Sul dato annuale, quindi, non vi è un aumento, ma una riduzione rispetto al 2023 e un assestamento sui livelli strutturali. Il calo degli sbarchi, però, non equivale a un calo della pressione migratoria. È la domanda di emigrazione a restare elevata, mentre il transito si è ridotto grazie agli accordi bilaterali – con la Libia e la Tunisia, per esempio – e all’esternalizzazione dei controlli».

Quali sono i Paesi nei quali il fenomeno è più consistente? E perché questo può trasformarsi in un problema per la sicurezza?

«Prima di tutto, occorre distinguere i Paesi di provenienza degli sbarchi, quindi il flusso irregolare via mare, e i Paesi di cittadinanza dei residenti e dei lavoratori stranieri. Per quanto riguarda il flusso via mare e considerando i dati del 2025, il primo Paese di provenienza è il (20.259 arrivi), davanti a Egitto (9.115) ed Eritrea (7.583). Gli approdi sono fortemente concentrati in Sicilia (55.581 su 66.316), con Lampedusa, Linosa e Lampione a totalizzare 49.692 persone. Per quanto riguarda, invece, l’origine dei residenti stranieri in Italia, il quadro è diverso e più stabile. Le principali comunità – quindi Romania, Albania, Marocco e Cina – vivono in Italia da oltre quindici anni. Tra i lavoratori i primi Paesi sono Romania, Albania, Ucraina, Marocco, Egitto, Bangladesh, e India. Chi è originario di questi Paesi, è bene sottolinearlo, non sbarca in Italia, ma supera i confini regolarmente.

Arrivando alla sicurezza, ne distinguo tre accezioni, perché fonderle è il vizio principale del dibattito. Sulla sicurezza in termini di , non esiste un’evidenza scientifica robusta di un nesso causale tra il volume dell’immigrazione e l’aumento della criminalità. La variabile che, invece, genera la vulnerabilità è proprio l’irregolarità, cioè una conseguenza delle politiche di chiusura. Per quanto riguarda la sicurezza in termini di ordine pubblico, un problema reale esiste, ma è di governance dell’accoglienza. La concentrazione degli approdi a Lampedusa genera picchi di pressione locale sui servizi. Infine, in termini di sicurezza nazionale e geopolitica, la dimensione è più seria e meno trattata. I flussi possono essere strumentalizzati da Stati terzi come leva di pressione. Qui il rischio non viene dai migranti, ma dagli attori che ne controllano i rubinetti».

L’integrazione ha un costo economico per lo ? L’inclusione dei migranti può rivelarsi un investimento a lungo termine?

«Nel breve periodo il saldo dell’integrazione è positivo, non negativo. La quantifica un surplus tra entrate fiscali e spese pubbliche di circa +1,2 miliardi di euro, grazie alla prevalente età lavorativa degli immigrati, che incidono meno su sanità e pensioni. Il valore aggiunto prodotto dagli occupati stranieri raggiunge nel 2024 i 177 miliardi (9% del totale). Nel 2025 i contribuenti nati all’estero hanno versato 12,6 miliardi di Irpef, massimo storico. L’elemento critico è il potenziale inespresso. Il contributo è positivo nonostante un’integrazione poco ottimale, limitata dalla loro concentrazione nei settori a bassa retribuzione, dalla discontinuità occupazionale e dalla segregazione lavorativa. L’integrazione ha un costo, ma è tra i pochi investimenti a ritorno multiplo – fiscale, demografico, produttivo – e, a differenza di altri, con effetti già misurabili nel presente. A condizione, però, che sia integrazione vera e non mero inserimento in nicchie a bassa qualifica. Certo, l’immigrazione, da sola, non risolve i problemi demografici e previdenziali del Paese».

La politica del «chiudere i porti» o del blocco navale viene spesso presentata come una soluzione definitiva e necessaria. È d’accordo? E soprattutto, è fattibile?

«Sulla fattibilità giuridica, il quadro è consolidato. Un blocco navale inteso come impedimento sistematico agli sbarchi si scontra con gli obblighi internazionali, che impongono di sbarcare le persone soccorse in un luogo sicuro il prima possibile. Vi è poi un profilo di effettività: la giurisdizione dello Stato può attivarsi anche a distanza, può essere sufficiente il coordinamento remoto o la stessa telefonata al centro di . Un blocco totale delle ONG, però, inciderebbe in misura marginale sul fenomeno, dato che sbarcano appena il 12% delle persone soccorse».

Nel mercato del lavoro italiano, quali sono i settori che collasserebbero senza la manodopera straniera?

«È la domanda con la base empirica più solida. Nel 2025 gli occupati stranieri hanno sfiorato i 2,6 milioni (10,7% del totale). I settori a maggiore dipendenza sono quello dell’agricoltura (con assunzioni al 42,9%), tessile-abbigliamento-calzature (41,8%), costruzioni (33,6%), pulizie e trasporti (26,7%), ristorazione (24,8%). In valori assoluti il baricentro cambia: la ristorazione guida con oltre 231.000 ingressi previsti, seguita da pulizie (137.000) e agricoltura (105.000). A Prato il 55,5% dei nuovi assunti è straniero.

Questi settori non sparirebbero dall’oggi al domani, ma sono strutturalmente dipendenti da manodopera che gli italiani non offrono. Più per una questione di invecchiamento della popolazione, che per ragioni salariali. Non si tratta, quindi, di una sostituzione: gli immigrati coprono che resterebbero scoperti. Nell’agricoltura stagionale, ad esempio, la quota straniera arriva al 65%».

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