La resa dei conti sulla riforma della legge elettorale sta per approdare alla Camera e il clima a Montecitorio si fa rovente. L’esecutivo rischia grosso con l’insidia del voto segreto, lo stesso che a luglio ha visto la maggioranza andare sotto sulle preferenze. Per evitare franchi tiratori e trappole nell’ombra, la premier Giorgia Meloni ha già annunciato che metterà la questione di fiducia: se il testo passa bene, altrimenti il governo cade e si va dritti a elezioni anticipate. Sulla carta un rischio enorme per la tenuta del centrodestra, ma nella realtà dei fatti c’è un freno potentissimo che impedirà ai deputati di staccare la spina.
Il conto in banca sbarra la strada alla crisi
A salvare la pelle al governo Meloni non è la tenuta politica della coalizione, ma il portafoglio dei parlamentari. Le regole vigenti parlano chiaro: per maturare il diritto alla pensione (incassabile dai 65 anni), un deputato deve restare in carica per almeno quattro anni, sei mesi e un giorno nella stessa legislatura. Avendo iniziato il mandato il 13 ottobre 2022, la data magica per sbloccare l’assegno è il 14 aprile 2027. Se il governo dovesse cadere prima e le Camere venissero sciolte in anticipo, chi è alla prima esperienza parlamentare perderebbe d’un colpo tutti i contributi versati in questi anni: oltre 47mila euro a testa trattenuti dalle indennità che andrebbero letteralmente in fumo.
184 peones paralizzati dal calcolo dell’assegno
I numeri spiegano bene perché nessuno alzerà davvero le mani contro la premier. Su 400 deputati, ben 184 sono al loro primo mandato e non hanno ancora maturato la pensione. Di questi, ben 115 siedono tra le fila della maggioranza (78 in FdI, 18 in Forza Italia e 16 nella Lega). Andare al voto anticipato per loro significa rischiare di non essere rieletti e perdere per sempre l’assegno pensionistico.
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