C’è sempre un disegno, un manovratore, qualcuno che tira i fili. Giorgia Meloni torna su uno schema già visto e lo fa nel pieno del caso che coinvolge Andrea Delmastro, il sottosegretario alla giustizia finito al centro delle polemiche per i rapporti con il clan Senese.
La linea della premier è chiara: Delmastro “è stato leggero”, ma niente di più. E soprattutto, attenzione al tempismo. Intervistata nello speciale “Sì o no” del Tg La7, Meloni ha detto che saranno “gli italiani a valutare” se dietro la vicenda ci sia stata una regia, una “manina” pronta a tirare fuori “la cosa peggiore sul governo” negli ultimi giorni di campagna referendaria. Un sospetto che sposta il focus: dal merito dei fatti al presunto complotto.
Il punto è proprio questo. Quando ogni problema diventa un attacco orchestrato, il rischio è quello di non affrontare mai davvero la questione. Delmastro passa da protagonista a comparsa, quasi una vittima del sistema. E il dibattito si trasforma in una caccia al colpevole invisibile.
Poi c’è la campagna referendaria. Anche qui, Meloni parla di clima “brutto”, di toni esasperati e di una gara a “buttarla in caciara”. Ammette qualche errore, “qualche fallo di reazione” anche nel suo campo. Ma la sensazione è che la campagna sia stata segnata anche da parole pesanti arrivate proprio dalla presidente del Consiglio. Come quando ha sostenuto che con il sì non ci sarebbero più stati casi come Garlasco o la famiglia del bosco: un’immagine forte, che ha alzato lo scontro.
Insomma, la competizione è stata dura. Ma definirla “brutta” senza riconoscere il peso delle proprie dichiarazioni suona incompleto. E mentre si cercano complotti, resta una domanda semplice: non sarebbe meglio parlare dei fatti?
Articolo di: Alessio Matta
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