In Ungheria sarebbe stato preparato un piano per inscenare un falso attentato ai danni del Primo Ministro, Viktor Orban. E’ quanto emerso da un’inchiesta del Washington Post, che cita un documento interno dei servizi di intelligence russi (SVR) ottenuto e verificato da un’agenzia di sicurezza europea.
Il piano, denominato “Gamechanger”, non sarebbe mai stato attuato, ma avrebbe avuto il fine di distrarre l’attenzione dalle reali problematiche del Paese, di carattere economico-sociale, per spostarla sul piano emotivo.
Il documento citato dal giornale statunitense riporta esplicitamente l’obiettivo di “trasferire la campagna dal piano razionale delle questioni socioeconomiche a quello emotivo, dove i temi chiave diventano la sicurezza dello Stato e la difesa del sistema politico”.
Il falso attentato avrebbe quindi rappresentato una mossa disperata per cercare di racimolare del consenso, a fronte dell’evidente insoddisfazione degli ungheresi rispetto alle scelte politiche di Orban.
Storicamente far dilagare la paura fra l’elettorato si è sempre rivelata una scelta vincente, un evento traumatico come l’attentato al Presidente avrebbe probabilmente favorito il ricompattamento dell’opinione pubblica intorno al Premier.
Eppure il compito di un Primo Ministro dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza fisica, economica della popolazione, non attentare fintamente alla propria, aggirando i cittadini, col fine di falsare le elezioni per mantenere il potere nelle proprie mani.
Più che un attentato verso Orban, quello pianificato sarebbe stato un attentato verso la democrazia ungherese, in cui le scelte dei cittadini non sarebbero state più libere ma pilotate dallo stesso Governo.
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